Michele Cioce

Progetti. Visioni. Parole.

Michele Cioce nasce a Bari nel 1983.
Si interessa sia alla geometria sacra che al simbolismo in chiave esoterica, sino a diventare un artista digitale e concettuale. Ha realizzato un cospicuo portfolio di opere digitali elaborando figure geometriche e fotografie.
L’arte “criptica”, secondo la concezione dell’artista, vela e disvela un universo simbolico tripartitico, denso di contenuti di tipo cosmologico e metafisico.
L’idea di Michele Cioce è utilizzare come “materia prima” i prodotti finiti; estrarre elementi strutturali come rami, foglie, fiori, nuvole, orizzonti, volti, corpi, e combinarli per creare narrazioni visive, storie d’estemporanea emozione. Il processo creativo è basato sull’utilizzo della simmetria bilaterale (sinistra-destra), sia sull’utilizzo della proiezione riflessiva. Viene così ricreata un’illusoria piastra di Petri per la coltivazione di immagini che si contaminano ed intersecano dando vita a mandala multimediali e visioni oniriche. È da questo oceano di proiezioni primordiali che nascono le sue opere.
Indefinibili sospensioni, forme luminescenti, atmosfere cupe, archetipi vivi nell’inconscio collettivo e figure mitologiche, contribuiscono a descrivere l’estetica sottesa dell’artista, l’analogia tra micro e macrocosmo che oscilla tra il centro dell’essere e l’essenza del tutto.
L’artista considera la creazione, il mondo, e la vita stessa una simulazione, egli si associa alle idee del filosofo Nick Bostrom, noto per la sua riflessioni sul cosiddetto rischio esistenziale e sul principio antropico.
Concetti estremi affrontanti in film come Matrix e Inception, o in romanzi come Labirinto di morte di Philip K. Dick, ma che in realtà godono di grande fama all’interno degli ambienti scientifici a livello globale.
Vista la sua passione per la matematica ed in particolare l’informatica, l’artista ha aderito al manifesto della “Glitch art“, l’arte dell’errore. Si tratta di una  pratica che utilizza errori digitali o analogici a fini estetici corrompendo i dati digitali o manipolando fisicamente i dispositivi elettronici.
La sua “ricerca dell’errore”, vissuto e manipolato è motivo costante d’ispirazione. Trasformare l’errore in forma, in qualcosa che contenga uno o più messaggi, diventa il fine ultimo della sua estetica decostruttiva.
L’aspetto criptico della sua forma d’arte è perciò da ricercarsi nelle molteplici possibilità di lettura delle sue opere, da analizzare su più livelli per una comprensione soggettiva.

Esposizioni collettive:

2019    –  Premio Città di Terni “G.L.G. Byron”, Museo Diocesano, Terni