A DEVIL MAY CRY STORY

-Ed il resto è silenzio.-

L’eco di queste parole risuonavano per la hall ormai priva di qualsiasi altra forma di vita. Ciò che era stata una sinfonia formata da ruggiti soprannaturali, colpi d’arma da fuoco e di fendenti d’arma bianca era stata sostituita da nient’altro che silenzio, accompagnato dai corpi caldi di bestie immonde che ben presto sarebbero diventati freddi. Il sangue sulle pareti e sulla spada. Le pistole fumanti e scariche.

Questo era il suo piacere personale. Ognuno ne aveva uno, una motivazione propria per tirare avanti. Molte volte è la speranza di un futuro migliore, che porta la gente a dire frasi tipo “speriamo vada tutto bene”. Difficili da capire, la speranza è inattività, se si è inattivi si lasciano le cose a caso, con ottime prospettive di venire investiti da esso e da tutti i demoni che porta. Altre volte la motivazione è la passione verso ciò che si fa. Per l’uomo vestito di rosso era la relazione rumore-silenzio.

Il rumore è sempre positivo. Porta con sé disturbi, problemi, esseri immondi. Significa che qualcosa sta succedendo, che lui ne è parte, che sta facendo ciò che ama più di ogni altra cosa al mondo. Il rumore è l’annuncio di poter tornare ad essere vivo.

Finito il rumore, entra il silenzio, la quiete dopo la tempesta.

Dopo un lavoro, il silenzio lasciava un senso di soddisfazione, e più rumore c’è stato più è soddisfacente. A volte finisce tutto in una manciata di secondi, un paio di proiettili seguiti da alcuni colpi di spada e niente e nessuno proferisce alcun suono, lasciando chi ha sparato e menato fendenti piuttosto deluso. Poco rumore significa poca difficoltà, che porta poca sfida e tutto si conclude con molta noia. Non quella volta.

Il sangue scarlatto colava dalla punta della spada sporcando il pavimento lucidato da poco. Pezzi di carne non umana era finita su tavoli, sedie ed altra mobilia della stanza, e su una di queste stava seduto il ragazzo dai capelli bianchi. Guardava la sua opera mentre teneva per le corna la testa di una delle creature che aveva decapitato. Pelle quasi inesistente, teschio rosso ed un’espressione di terrore rimasta impressa per la repentina morte. Lo guardò per qualche secondo, pensando a quel mostro e alla sua sorte avversa per averlo messo contro di lui, e mentre abbassava il braccio guardando la sua opera che rasenta l’arte, la sua espressione mutò. Un sorriso comparve sul suo volto.

-Dante! Dove sei? Sei… sei ancora vivo?-

-Più vivo degli altri, poco ma sicuro.-

Dante, figlio di una donna chiamata Eva ma di padre sconosciuto, ha scelto l’ardua strada del mercenario specializzato nel paranormale, in particolar modo la caccia agli esseri demoniaci, come professione. Il suo interlocutore si chiamava Enzo Ferino, suo amico e contatto nel mondo mercenario.

Enzo si faceva largo attraverso la hall facendo attenzione a non calpestare alcuna delle pozzanghere di sangue causate dallo scontro e con la paura nera di attirare l’attenzione di un qualche essere ancora in vita che Dante aveva, possibilmente, dimenticato o evitato di uccidere.

-Sono tutti morti, non fare il codardo come tuo solito.-

-Ehi! Io non vado in giro armato fino ai denti e non sopravvivo se mi trapassano il cuore!- Dante rise. -Sai, avresti potuto evitare di fare tutto questo macello. Ho il terrore di sapere cosa dirà il nostro cliente quando scoprirà di dover praticamente ristrutturare la hall prima ancora dell’apertura dell’hotel!-

-Avrebbero dovuto chiamare qualcun altro, allora. Magari qualcuno che si sarebbe fatto ammazzare subito, o che avrebbe rischiato di compromettere anche il resto dell’edificio. Stà zitto e vai a farti pagare.-

-Ammesso che non cambi idea per aver fatto più danno che altro.- disse Enzo andando verso l’uscita della sala allo stesso modo in cui vi è entrato, ma venne fermato dal cacciatore di demoni.

-Ehi! Prendi!- disse Dante lanciandogli la testa del demone che teneva in mano, ed Enzo, dopo essersi reso conto di cosa teneva per le mani, lo lanciò spaventato, provocando sonore risate da parte dell’amico. Enzo non disse altro, sapeva sarebbe stato inutile, si limitò ad andarsene lasciando Dante a ciò che rimaneva del suo operato degno del set di un film splatter. Rimase lì ancora per alcuni secondi, per poi alzarsi ed incamminandosi verso l’uscita, prima di venire accusato da qualcuno di aver distrutto la stanza con l’intento di farlo. Riuscì ad allontanarsi dall’hotel senza venire visto da nessuno, ridendo non appena vide Enzo cercare di convincere i proprietari a non denunciarli e di pagarli comunque, rendendo lo scontro di Dante nulla di speciale, in confronto.

L’orario mattiniero delle 5 di mattina permise al cacciatore di demoni di poter godere del fresco che quell’ora aveva da offrirgli e di poter tornare al suo negozio senza il rischio di venire visto per strada armato di spada e sporco di sangue. Gli attacchi dei demoni erano ormai sempre più frequenti e con il passare del tempo i demoni minori sarebbero cominciati a scarseggiare, lasciando più spazio per i demoni più forti e per sfide più impegnative. Dante non vedeva l’ora. Sperava solo che i civili scappassero in tempo.

Per quanto riguardava l’attività, doveva ancora trovarle un nome. Vero, aveva Enzo che si occupava di trattare con i clienti, ma “Dante ed Enzo” non diceva nulla, solo che c’erano due tizi di nome Dante ed Enzo. Serviva un nome bello, uno accattivante che esprimeva perfettamente ciò che offrivano.

-Non troverò mai un nome per questo posto.- disse entrando.

Tolse la spada dalla schiena e la gettò alla sua sinistra come fosse uno straccio qualunque, le pistole le posò sulla scrivania e la giacca la lanciò contro l’appendino. Si sedette poi sulla sedia dietro la scrivania posando i piedi su di essa, le mani dietro la testa. Il movimento di prima gli portò appetito, prese il telefono e compose il numero della sua pizzeria di fiducia, che prestava servizio 24 ore al giorno.

-Sono sempre io. Prendo il solito. Mettetelo sul mio conto. Lasciatela sul tavolo.-

Dante rimase su quella sedia per qualche minuto, poi il telefono squillò. Dante rispose lanciando la cornetta del dispositivo in aria con un colpo di piede sul tavolo. Era Enzo.

-Non hai la minima idea dei problemi che ho dovuto affrontare per convincere quel tizio non solo a pagarci, ma anche a non denunciarci.-

-Hai ragione, non ce l’ho, ma so che hai avuto successo.-

-Sì. Ma c’è qualcosa di cui devo parlarti, è molto importante.-

-Non può aspettare? Stavo per farmi una doccia.-

-No.- Enzo sembrava in qualche modo turbato. Spesso avevano avuto delle divergenze di opinione, ma gli affari che andavano così bene, con tutti gli incarichi andati per il meglio e ben pagati, erano sempre riusciti a superare qualsiasi contrasto. Sembrava che quella volta fosse… più seria.

-Credo che per un po’ faremo meglio a fare affari separatamente.-

-Cos’è, vuoi uccidere demoni per conto tuo? Allora non sei fifone come hai sempre dimostrato…-

-Hai idea di cosa significhi ogni volta affrontare un cliente furioso che si ritrova più danni dopo il tuo tocco personale che prima? Sai quante volte siamo stati vicini a farci chiudere perché tu non sai tenere a freno le tue armi? Non ho idea per quanto tempo potrò riuscirci ancora… le voci si diffondono, sai? C’è gente che non ci vuole assumere perché a volte credono che un demone che si aggira per le sale di un edificio non sia grave quanto dover spendere altri soldi per ristrutturare tutto quanto! Hanno persino assunto novellini in massa finché non hanno risolto il problema, facendoli massacrare così da non doverli pagare una volta morti. E posso assicurarti che non sono solo voci di corridoio!- Enzo era sull’orlo di una crisi. Era chiaro che vedere così tanti esseri demoniaci non era stato proprio terapeutico per qualcuno come lui, non proprio la personificazione del coraggio e neanche abile con le armi.

-Ho preso la mia decisione. Ti prego di rispettarla.-

Passò qualche secondo di silenzio da parte del mezzo-demone. Quando parlò non utilizzò neanche tante parole.

-Se è ciò che vuoi, fà pure. Ma comunque mi devi una pizza. Sai come la prendo.-

-Quindi… siamo ancora amici?-

-Hai detto “fare affari separatamente”, no?- Enzo ridacchiò leggermente.

-Sì, hai ragione.-

-Ora vado a farmi quella doccia. Ho già chiamato la pizzeria, dopo passa a pagare.- Dante staccò la chiamata ed andò a fare una doccia.

Quella notizia non lo scosse più di tanto. Aveva sempre immaginato che Enzo non era proprio contento di ogni volta che portavano a termine un lavoro, aveva sempre da ridire su come Dante creava ancora più scompiglio di quanto non ve ne fosse già di suo. Non poteva, tuttavia, dire che avesse torto, Dante pensava principalmente a portare a termine la missione divertendosi, ed era vero che spesso cadevano lampadari, i muri diventavano dei groviera ed il posto puzzava di sangue per giorni. Ma almeno portava a termine il lavoro. Per ridurre il numero di demoni in libertà, anche solo di uno, si poteva rischiare qualche danno, secondo lui. In passato è capitato che limitasse i danni, ma si trattava di gente senza soldi, che non meritava altri problemi al posto di soluzioni.

Ad un certo punto, mentre l’acqua bollente usciva dalle tubature, un suono incessante risuonava per l’ufficio di Dante.

Il suono incessante del telefono.

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