DETTO IN CONFIDENZA – 11

L’ INCIDENTE

 

Stavamo piangendo la morte di mamma io e mia sorella Sonia.

Ci avevano informato che si era schiantata con l’auto in compagnia di una persona priva di documenti. Pensai, ovviamente a Bruno suo convivente da una quindicina d’anni.

All’obitorio ci mostrarono la mamma sfigurata e ci mettemmo un po’ per riprenderci. Identificata lei dovevamo fare la stessa cosa con lui. Quando scoprirono il suo volto affermammo, quasi ad una voce:

“Sì, è Bruno, il suo compagno.”

“Brunella, forse” corresse il dottore con un mezzo sorriso.

“Come Brunella?” mi stupii.

Quello scostò maggiormente il telo e scoprì il cadavere interamente: privo dei vestiti maschili col seno e il pube in vista Bruno era proprio una lei.

“Claudia…” sussurrò, incredula, la mia sorellina. Io ero attonita, senza parole nè pensieri e fu un vero tormento passare poi dalla polizia a spiegare cose che ignoravamo.

Ponendo in secondo piano le nostre consuete attività restammo insieme due giorni a casa di mamma; di Bruno, veramente, dato che i soldi provenienti da tre profumerie erano suoi.

Non potevamo fare a meno di tornare a quattordici anni prima e, sicure che di mamma avremmo sempre avuto da parlare e piangere, si continuava a girare coi pensieri e coi ricordi su di lui. Lui, sì, perchè era stato sempre un uomo per noi, un uomo importante.

Dopo la separazione dei nostri genitori eravamo state affidate a un istituto religioso. Fu Bruno a toglierci di là e a volerci con loro due per ricostituire una famiglia. Un paio di anni dopo papà riuscì a ottenere il nostro affidamento.

“Claudia, eravamo tutte donne in casa” osservò mia sorella.

“E che ne sapevamo, Sonia? Io dodici anni, tu dieci. Aveva pure una voce mascolina, almeno mi pare.”

Non riuscivamo proprio a entrare, retrospettivamente, in quello stato di cose. Sembrava tutto complicato.

“Li vedevamo a letto stretti stretti, ‘azzeccati’ dicevamo, ti ricordi?” e rivissi sia la situazione che l’invidia che sentivo. “Non riesco proprio a pensare che non stessero insieme come marito e moglie.”

“Li sentivamo fare eh, Claudia?”

“Come no? Io mi ci attizzavo, ti confesso.”

“Io pensavo a lui e mi facevo, Claudia.”

“Lo  so, lo so. Io temevo, o speravo, che ne so? di sentirmi strusciare il coso da qualche parte prima o poi. Non l’ha fatto, certo, ma ricordo che ci stringeva volentieri, ci toccava, ci baciava in bocca. E sì, a me sì.”

“Davvero? E mamma?”

“Quando lo fece la prima volta minacciai di riferire, ma non l’ho fatto. Mi dava i soldi.”

“Puttana.”

“E che vuoi? Mi piaceva pure, non era mio padre, era grande ed era pure bello.”

“Per forza, era femmina.”

Lo avremmo fatto in seguito ma, allora, nessuna delle due volle rimarcare che con Brunella mamma era sempre raggiante di felicità.

 

Licia Tavanzi

 

(Ringrazio chi legge e gradisce. Appuntamento a domenica prossima, 6 maggio, con un’altra storia)

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