DETTO IN CONFIDENZA – 6

LA  DOMANDA

 

A che stai pensando, tesoro?”

Probabilmente in quel momento la mia testa era in una situazione di completo relax per non dire vuoto completo. Però preso così a tradimento cominciai ad andare nel panico pensando, questo sì: ‘No, mio bene unico e completo, non anche tu, non tu quoque.’

Il colpo era tutto da assorbire: le mie compagne precedenti mi avevano sempre tormentato con quella stessa domanda come con frustate improvvise lasciandomi sempre boccheggiante senza logica risposta.

La mia Alfonsina sembrava diversa, sembrava. Lei la domanda carogna non me l’aveva mai rivolta, prima.

“Fonzy-Fò” parai alla meglio, “a cosa posso pensare in mezzo al traffico? a guidare cercando di arrivare in tempo salvando contemporaneamente la pelle, la tua soprattutto, morbida e carezzevole, un pezzo unico al mondo, amore grande.”

Da come mi tenne stretta la mano proprio mentre avevo intenzione di scalare la marcia capii che prospettandogli la cosa in tal maniera avevo fatto goal. Dal canto suo lei aveva arguito che per tirarmi fuori complimenti doveva farmi più spesso quella domandina.

E così a tavola rimasi con la forchetta a mezz’aria per rispondere:

“Fonzy, a che posso pensare quando il migliore stufato del mondo mi si scioglie in bocca?”

A proposito di bocca mi venne improvvidamente da rispondere a una replica di quel quesito mentre, fumando, mi gustavo il dopo amore:

“Pensavo, bellissima, che sei stata piuttosto frettolosa. Una roba così vorrei che non finisse mai.”

Non era affatto vero perchè su certi tasti è meglio non battere esageratamente. Volevo solo complimentarla e non avevo trovato di meglio. Ma lei mi prese alla lettera e rimase a prodigarsi per un bel po’ sullo stesso tema nonostante il mio interesse fosse decisamente in calo.

La mia bella continuava a darci dentro sempre con quegli stessi termini martellanti e, dai e dai, cominciò a strofinarmi sui nervi com’era successo con tutte quelle altre sciagurate.

A che pensi, tesoro?” E mò?

“Fonzina stupenda, tu mi conosci meglio di me stesso ormai. Dillo tu a me a che sto pensando.”

“Credo, bello mio, che tu stai progettando di mettermi corna e corna. Fonzy la cerbiatta di Benevento. No, lasciami dire. Tu mi guardi il culo e speri di attaccarti come una zecca alla prima cagnetta che ti guarda. Mi tocchi la…”

“E basta, Fo-Fò! stai esagerando.”

Avevo finalmente capito che quella domanda era il compendio di tutti i terzi gradi a cui Alfonsina avrebbe voluto sottopormi per assicurarsi del mio completo asservimento: valutando la risposta si sarebbe più o meno rassicurata circa la mia buona condotta.

La volta successiva risposi:

“Tesoro mio, tu a cosa desidereresti che pensassi?”

“Beh, non faccio fatica a chiedere per me gli stessi pensieri che io dedico a te. Sarebbe stato bello se avessi risposto:

‘Stavo considerando, Fonzina mia, che non desidererei mai altra compagna; che non vorrei mai stancarmi di baciarti, nè di strofinarmi addosso a te; che non vorrei mai l’orgasmo giungesse a farci smettere; che non farei mai nulla se non con te; che non vorrei mai sentirmi meno innamorato di adesso e pensavo anche mi togliessi una curiosità: ma le altre donne le hanno pure loro queste belle cose, Fonzy mia?’

Ecco un piccolo repertorio di pensieri carini che fa piacere sentire e risentire.”

“Lo sapevo, impareggiabile Alfy, che avevi l’animo poetico e veggente. È proprio preciso quello che ho in mente in questo momento, credimi, parola per parola, concetto per concetto.”

Verità? bugie? e chi lo sa.

So però che tutte le donne in amore prima o poi vogliono sapere cos’ha in testa il proprio uomo. Il fatto che noi maschi quell’interrogativo canaglia lo sentiamo così alieno e assillante, vuol dire proprio che è presente nel loro DNA e assente nel nostro.

 

Alfy è offesissima ma non faccio nulla per ricomporre la nostra unione.

Insistente, martellante mi ha rifatto la domanda, quella, la stessa ed esasperato, le ho risposto:

“Stavo  pensando di diventar ricchione: quello che sentirò di dietro sarà meno duro di questo tormentone che mi sbatte e mi risbatte nell’orecchio.”

 

Licia Tavanzi

 

 

L’ OCCUPAZIONE

 

“Ma che, sei matto?” s’era inalberata quella lì, Nicetta-veri-nàis. Ma che razza di nome. Le aveva chiesto se voleva fidanzarsi e quella era zompata per la tangente.

La discoteca, zeppa di ragazzi come loro, era uno di quei pochi locali del genere che permetteva, volendo, di appartarsi in angolini e di sentire perfino un po’ di conversazione.

A me il maschio piace” continuò Nice, eccetera, eccetera, “ma a starci fissa per più di mezz’ora e chi lo regge?”

“Scusa, come non detto” concluse Carlo e si alzò. Ne voleva una tutta per lui; era così da Ufo la cosa?

“Mi dispiace, aspetta” e Nicetta lo trattenne. “Da che mondo è mondo qua si viene per fare un po’ di cose svelte e via.” Si toccò i seni distrattamente e verificò che avessero una certa tensione. “Se vuoi” invitò, maliarda, “mi sento giusta per farti una cosina. Non per niente sono ‘very nice’.

Non preoccuparti per gli altri; chi può guardare se ne va. Qua nessuno fa il guardone sugli amici. Allora, si fa?”

Carlo dignitosamente rifiutò.

 

Dopo un paio d’anni Nicetta-veri-nàis stava lì davanti a lui, incontrata per caso e parlava parlava.

A Carlo piaceva sentirla cinguettare così. La stimolava con piccole frasi e si beveva quel suo dire come fosse un liquido salutare. Le dava corda e lei andava sparata:

“Anch’io t’ho pensato tantissimo. Il primo che m’ha detto no, quello che non si scorda mai. Ma cosa credi? Ero vergine, sì. Sedici anni, ero proprio scema. Mani e bocca reciproco, ma là sotto niente di più. Ora? No no, è tutto fatto, ormai. Vergini i piedi, forse. Come si dice? Ho messo la testa a posto: sto col mio secondo ragazzo fisso. Con te? Sì, occhèi; perchè è tanto che mi ci attizzo; sì, tutta tutta disponibile, non preoccuparti; felicissima, sì. E no, questo proprio no; fissa con te? Lo capisci che non sono libera?”

Carlo lo ripetè chiaramente: non era tipo, lui, da una botta e via.

Cleonice (colpa della nonna che si chiamava così) e Carlo si persero nuovamente.

 

“Carlo, sono libera” esultò lei quando si rividero.

“Che bello, Nice. Il problema è che sono occupato io e io  corna non ne metto.”

“Libero? No, occupato. Carlo, sembriamo due cessi della stazione.”

Si salutarono così, ma prima di andarsene Nicetta gli lasciò un numero, perchè non si sa mai.

Per tutta la strada fino a casa Carlo si arrovellò.

La sua Vittoria era un poco rompicogliona. Ma quale donna, sempre la stessa per più di un mese, non lo diventa? Per il resto non gli mancava niente.

“Vitty” cominciò seguendo un suo pensiero strategico, “io non ho mai insistito a chiedere dettagli sui tuoi precedenti e tu lo sai. Però, quando ci siamo messi insieme non la tenevi sana.”

“Sì, e allora?”

“Sai bene che non sono queste le cose che mi danno fastidio; quindi perchè non parlarne? Tu i particolari me li hai sempre nascosti. Perchè? Sono grande abbastanza per sapere?”

Niente. Un riccio.

“La sincerità va bene, la apprezzo” riprese Carlo, “ma tu la manifesti su cose che già so. E poi? Mi fai pensare che c’è dell’altro e così sospetto le peggio cose. T’ho inaugurata io in qualche cosa?

Così non mi lasci la possibilità di potermi vantare di niente. Se racconti per filo e per segno con tutti i particolari, mi farai capire finalmente.

Sono proprio scemo, eh?”

Niente. Il riccio restava chiuso sempre più offeso.

La cosa non si risanò dato che lui lavorò bene perchè una tale eventualità diventasse sempre più remota.

Appena Vitty lasciò casa Carlo si attaccò al telefono:

“Nice, sei ancora libera?”

 

Licia Tavanzi

 

 

LA  SOMIGLIANZA

 

“Non ti smentisci, figlia. Se stai qui non è certo per farmi un regalo. Quando venite a trovarmi, un anno sì e l’altro no, o è per chiedere soldi o per qualcosa di altrettanto spiacevole. Che dicevi di tuo padre?”

“Mi ha chiamata per dirmi: ‘Sai, ho sempre pensato che fra noi due non ci sia alcuna somiglianza’ .”

“Senti, se vuoi togliermi la pace riprendi la tua strada. Il tempo che mi resta non desidero sprecarlo certo in diatribe familiari.”

“Mamma, è stata un’idea sua; e aveva ragione. Facendo tirocinio all’ospedale il DNA l’ho fatto esaminare bene, presto e con poca spesa.

Non puoi negare: i risultati non lasciano dubbi.”

“E va bene. Sai quanto me ne importa? E con ciò?”

“Un marito ce l’avevi: i figli non li potevi fare con lui?”

“Di figli ne abbiamo quattro; tu sei una. Sicura che pure gli altri non siano suoi?”

“Di sicuro c’è che appena sapranno di me l’esame lo faranno pure loro; corna ne facevi.”

“Io … e lui? Tu che ne sai se non fossero ricambiate oltre che ben meritate comunque?”

“Nessuno ti ha obbligata al matrimonio: l’hai voluto e così hai assunto consapevolmente degli obblighi e dei doveri.”

“No no, questo è un discorso medioevale. Vallo a fare a chi nasce con l’animo servile o ingenuo. Queste solfe con me non attaccano. Possibile che nemmeno tu mi abbia capita?

Donna sposata; con questo? Vogliamo per forza essere prone alle direttive di chi ci vuole utili e asservite? mi riferisco a governanti e clericali se non l’hai capito.

Ci si sposa per non essere ostacolate o emarginate se si fotte. Hai provato a farlo apertamente senza matrimonio?

Se una donna  non sa cogliere le occasioni e non ne approfitta, significa che è nata unicamente per soffrire.

Io ho sempre fatto patti chiari con tutti, mio marito compreso: le rinunce non mi piacciono e sacrifici non ne voglio fare. Punto. Si vede che ai doveri preferisco i diritti.

Però nessuno di voi può dire che non sia stata una buona madre una volta che i figli c’erano; e a tuo padre … sì, a quel signore lì andavo bene pure così.”

“Che tu voglia fare sempre la Scarlet, occhèi, la Rossella O’ Hara della situazione; però mi hai fatta con un altro: ora mi ritrovo all’improvviso a sentirmi di padre ignoto. Devo restare con questo interrogativo?”

“Non mi chiedere in proposito perchè anch’io ne ho un vaghissimo ricordo.”

“Non potevi stare attenta almeno?”

“Certamente. ‘Stai attento, non venirmi dentro’, questo lo dicevo sempre, me lo ricordo bene. Ma a che serviva?

No, hai ragione; diciamola tutta: il sentire per tanto tempo quel bagnato dentro, alla faccia dell’odiato consorte, rendeva tutto l’inciucio molto più godibile.”

“Ma perchè? Non ne potevi proprio fare a meno?”

“È un discorso che andrebbe un po’ ampliato e dato che siamo fra donne … va bene, facciamolo.

Detto così svelto e chiaro: sotto si sente sfizio, te ne sarai accorta suppongo. Fino a poco fa non ero in disarmo e lo sfizio sotto, o dovunque sia, l’ho sempre provato come e più degli uomini. Quello non è mica una esclusiva mascolina.”

“Allora dobbiamo fare tutte le ninfomani.”

“Tu pensala come vuoi. Sei giovane e puoi amministrarti come meglio credi. Dal canto mio se mi convincevano, se ne valeva la pena, ci stavo e senza pentimenti o sensi di colpa.

Ogni lasciata è persa, cara mia. Ero adulta e vaginata; buona questa, eh?

Ora sto sola e vivo di ricordi, di quelli lì specialmente. Senza di quelli è certo che vivrei peggio e, per quanto posso constatare, non sareste  voi familiari ad allietarmi l’esistenza.”

“La conseguenza di un tale comportamento irresponsabile è che noi nascevamo senza un padre. E poi, il non pensare minimamente a papà … a tuo marito …”

“E chi lo dice? Questo tuo padre putativo prima che ci separassimo si è mai dovuto lamentare per avergli fatto mancare il sesso?”

“Ma gli facevi le corna.”

“Era lui che mi faceva mancare l’essenziale! Tornava ed era già stato con chissà chi e, se gli andava, si faceva quando e come diceva lui.

Sai che ti dico? Ci godo tanto che abbia constatato di essere sempre stato un cornuto. Se non era da corna lui…”

“E ti mettevi a fare beneficenza a destra e a manca per fargli dispetto.”

“Beneficenza? Ma in che mondo vivi? Allora, non capisci proprio niente; studiare tanto non t’ha aiutato il cervellino.

La prima a beneficiare di quel sesso ero io. Lo sfizio era per tutti e due e, in ogni caso, io pensavo al mio tornaconto.

La beneficenza, ribadisco, è quella che si fa allo stesso uomo, marito, senza ricavarne niente tranne insoddisfazione, noia e fatica. Beneficenza si fa con la dedizione fedele a chi non ti merita se te lo sciroppi per un bel periodo ammosciandoti e rinunciando a quello che tanti altri sono pronti a offrire.

Io sono sanamente e orgogliosamente egoista. Non sono una benefattrice per fortuna.”

“Ho capito. Non siamo figli di benefattrice; siamo tutti figli di…”

“Guarda che le puttane si fanno pagare per fare sesso: con me nessuno ha mai pagato in nessuna maniera. Quindi se ti esce un’espressione equivalente a quella significa che parli a vanvera per farmi perdere tempo e tranquillità. Lo diresti solo per offendermi. Ergo, se te ne vai mi fai un piacere.”

“Si capisce che nessuno ci viene volentieri qui. Lo vedi? c’è disaccordo anche sul significato dei termini.

Comunque sia io mi sento più simile a quell’uomo, che non è mio padre, che a te qualunque cosa dica il DNA.”

“E su questo siamo pienamente in sintonia: la biologia è una cosa e la forma mentis un’altra. Non la pensiamo alla stessa maniera e questo, per quanto siamo parenti, ci rende estremamente dissimili.

Io avrei preferito che mi fossi meno figlia e più amica.

Per la felicità  di entrambe non tornare più.”

Nell’andar via la giovane ritenne che la madre non meritasse neppure un ultimo saluto. In quel confronto generazionale, pensava di aver detto lei l’ultima parola.

 

Licia Tavanzi

 

(Vi do appuntamento alla prossima domenica, 1 apr, con altri racconti)

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7 Commenti
  1. PaolaRi 3 settimane fa

    Bellissima e sensuale

  2. Ketty Smile 3 settimane fa

    I tuoi racconti sublimi

  3. SamanthaBelli 3 settimane fa

    Che dolce Lisa

  4. SergioBonetti1960 3 settimane fa

    Leggerti è sempre pura emozione

  5. ZaraTremila 3 settimane fa

    Favolosa come sempre

  6. GiuliaBianchi 3 settimane fa

    💗💗💗💗

  7. Autore
    Licia Tavanzi 3 settimane fa

    Grazie, grazie. Che emozione!

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