Non m’era mai capitato di restare senza un soldo in tasca. Non potevo comprare niente e non avevo più niente da vendere. Finché ero in treno mi piaceva rimirare il tramonto sulla pianura, ma adesso mi lasciava indifferente e faceva tanto caldo che aspettavo con ansia il calare della sera per stendermi a dormire sotto un ponte.

Mai avrei pensato che la vita mi avrebbe condotto a questo.

La confortevole sicurezza di una casa, una famiglia, un lavoro, tutto spazzato via nel giro di poco più di un anno.

Tornando indietro a quel 27 febbraio io stesso non mi capacito di come tutte le mie certezze, tutte le tessere della mia esistenza, siano state buttate a terra, come pedine di un domino, semplicemente esercitando una lieve spinta sulla prima della fila.

Ed è stato il suo indice dall’unghia scarlatta ad annullare in un solo istante l’ordinato e geometrico disegno dei miei quarantasette anni.

Tutto era cominciato per gioco, o per necessità e mai nessuno dei due si sarebbe aspettato che potesse durare così tanto. Il nostro era un equilibrio precario, camminavamo sul filo di una lama, ma quell’equilibrio consentiva a entrambi di mantenere in piedi le facciate cartonate di due splendide famiglie.

Le foto sorridenti delle vacanze all’estero, i post sui social che trasudavano ostentato benessere e gioia di vivere, i commenti degli amici apparentemente colmi di affetto e ammirazione, i mille impegni per tenere la mente occupata e non soffermarsi troppo a guardare le macerie dietro quella facciata di cartone: tutto era accettabile finchè c’era lei, finchè c’eravamo noi e trovavo nel suo abbraccio la conferma di appartenere a qualcuno, nei suoi occhi il desiderio che accendeva come benzina il nostro sangue.

A casa, dietro le apparenze sui media, si allargava fra salotto, cucina e camera da letto il lago ghiacciato su cui io e mia moglie pattinavamo silenziosi, attenti a non urtarci e a lasciare libera la traiettoria di avanzamento reciproca. Due soci che di buon accordo mandavano avanti l’azienda famiglia, senza più nulla da dirci, senza nessun interesse comune, senza più scintille negli sguardi spenti.

Anche la mia altra lei viveva una situazione simile alla mia. Questo garantiva ad entrambi di non superare la barriera invisibile ma letale del chiedere di più.

Un cassetto per ogni affetto. E il nostro era zeppo di emozioni, sentimenti, sguardi, ricordi. Su nessuno di essi, mai, abbiamo scritto la parola “amore”. Troppo rischioso. Abbiamo rivestito mille volte quella parola, come si fa con una vecchia poltrona a cui siamo affezionati. E di volta in volta “amore” è stato passione, allegria, affetto, stima, rabbia, gelosia, tenerezza, desiderio. Pensavamo di essere al sicuro. Ma non si è mai al sicuro da noi stessi. Non si percepisce mai quando, nonostante le precauzioni, si supera la barriera, quando è troppo tardi per tornare indietro o per ricominciare una vita alternativa e sperimentare il coraggio.

Ti accorgi della crepa quando senti “cric”.

Nel mio caso la crepa è arrivata un 27 febbaraio pomeriggio e ha suonato così: “È inutile che ci giriamo attorno. Ho deciso di interrompere il nostro rapporto. Non riesco più a tenere in piedi due vite troppo vere, troppo intense in una sola. Prima riuscivo a tenere tutto in equilibrio, ora non riesco più. Devo farlo per mia figlia”. Un breve messaggio via Skype. La modernità porta anche a questo: la comodità di non dover affrontare gli occhi dell’altro. Pochi altri messaggi sbrodolati nel tentativo di mantenere almeno quel poco che restava. La mia verbosità inarrestabile che rimbalzava sui suoi silenzi, carichi di un mal di vivere a cui io non sono riuscito a porre un argine e di cui, in parte, mi sento colpevole e artefice. È andata alla deriva lei e io l’ho seguita scivolando in direzione opposta. Perdendo interesse in tutto ciò che non era il suo ovale cesellato. Raggiungendo morbosità ridicole nell’attaccarmi al bisogno della sua pelle, del suo odore, del suo modo di camminare e ridere inclinando un poco la testa di lato.

Lei, che non c’era più ancor prima di andarsene.

Io, che cercavo di interpretare i silenzi e le parole non dette e che, forse, ancora non mi rassegno, ancora spero.

Lo squarcio nella mia vita si è allargato sempre più. E ha ingoiato tutto: la facciata di cartone, le vacanze patinate, i weekend nella casa al mare, la stima di chi mi rispettava, la professionalità a lavoro, la fiducia di mia moglie, il mio equilibrio mentale. Tutto è stato inghiottito, masticato, assimilato e defecato dall’apparato digerente dell’avvocato di famiglia. Ora avvocato della mia ex moglie. Ciò che è rimasto della mia vita è un conto con troppe cifre.

È quasi buffo: più si possiede, più si ha da perdere. Se si tratta di un contrappasso direi che in fondo è equo: io, che tutto avevo, tutto volevo e nulla mai mi bastava, mi sono ritrovato a perdere ogni cosa.

Ho perso ogni bene materiale, fino all’ultimo biglietto da dieci euro, lasciato stamane nella scatola di cartone di un violinista all’ingresso della stazione: quella stessa fermata dove ogni giorno prendevo il treno per raggiungere il mio ufficio ai piani alti in centro città.

Ho perso davvero tutto: persino l’affetto e il rispetto dei figli.

Ma forse ho ritrovato me stesso.

Domani, quando il sole sorgerà dietro la volta del mio ponte, rivestendo la superficie di questo sudicio fiume di lamine d’oro, avrò la ricchezza più grande da spendere: il mio coraggio e la voglia di ricominciare una vita che mi appartenga e mi rispecchi davvero.

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