Idee e immagini irrapresentabili

Qualcuno di molto antico, forse Orazio o qualcun altro, diceva che nulla di divino è dato all’uomo senza uno sforzo divino, ma credo di aver cambiato in qualche modo il senso della frase, e comunque alcuni ebbero qualcosa anche senza sforzo, ma fu qualcosa di cattiva qualità io credo, ce ne sono tanti esempi, che è inutile raccontare, ma se volete il racconto…

Sono un tipo solitario. Per quanto ci si sforzi di scrivere il romanzo perfetto sappiamo benissimo che il romanzo perfetto è la vita. Mentre me ne stavo da solo, come al solito, in casa mia scaturiscono questi pensieri. Non fu un caso: tutti  questi pensieri scaturirono da una persona. E ora vi racconto.

La ragazza che conobbi qualche anno fa mi donò – ci dovete credere- un sorriso e molte altre cose senza aspettarsi nulla in cambio. Un fulmine a ciel sereno. Fuori dal rumore, da ogni logica commerciale-umana. Una rosa, un sorriso. Dopo dieci anni di affari con gente inutile!!?

Quasi un dolore. E tu cosa puoi fare? Ogni volta che succede ci ripenso. Follia o metodo?

Ma succede così raramente, che non si può pensare né a follia né a metodo.

Qualche vita fa non abitavo in questa città, non lavoravo qui. Non lavoravo affatto.

La vita era lì a disposizione e non c’è se n’accorgeva. Come la ragazza insonne perché pensava a te, alla fila ultima della classe. Ora sono insonne e io e non penso a nessuno, cioè a me stesso. Non penso proprio a nulla. Chissà se era così anche per quella ragazza magra del liceo classico, che aveva sofferto d’anoressia, ma nessuno se nera accorto e volevamo giacere insieme, carnalmente. Ma a quell’età dovevamo ancora pensare ad educarli. Dov’ero nato a quel tempo era un inferno e non mi chiedevo se esistesse un altro porto. Esistevano molte città nel mondo e non lo sapevo. Non sapevo che erano inferni diversi, ma altrettanto Insensibili.

Dove altro potesse essere, dove altro potessi andare?

Sole espanso in tutto il cielo. Sedic’anni. Sicilia. Correre forte. Giocare a calcio. Pigliare paguri.
Guidavo già il motorino, a tredic’anni, poi presi la patente.

A diciotto la macchina, e non mi mossi. Giravo in lungo e in largo.

E’ davvero difficile pensare di poter tornare indietro. Non prendere la patente. Non comprare quei jeans. Restare in pantaloncini.

Niente del genere: poi ho fatto tutto, come gli altri, mi sono uniformato. Indipendente e dipendente. Morto. Odiare era già qualcosa. La voce mi si spezzerá in gola fino al ritorno di quella moglie che non ho mai avuto: mia madre. La prosa ne risentirà. Imbavagliato. Fino al mare.

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