IL CRONISTORICO – 10

L’ ASTUZIA

(1815)

 

“Conte Bülow” chiedeva Büchler al suo luogotenente, “per cosa si distingue il nostro avversario?”

“Principe, Napoleone ne studia sempre una più del diavolo, credo io. Per questo ha quasi sempre vinto.”

“Esatto! Noi qui dobbiamo studiarne tre più del diavolo.

Primo: questa battaglia la dobbiamo perdere.”

“Anche se siamo quasi il doppio dei francesi?”

“Soprattutto per questo: Napoleone ci ha inviato contro il maresciallo Grouchy per impedirci di appoggiare gli inglesi. Wellington, a Waterloo, è schierato a sbarrargli la strada di Bruxelles e senza di noi potrebbe trovarsi a mal partito. Dobbiamo sconfiggerlo là se vogliamo liberarci di quest’usurpatore.

Grouchy ha il compito di bloccarci non di darci una seconda batosta qui a Ligny. Vi immaginate, Bülow, che farà se da solo, con poca truppa, porrà in rotta i prussiani? Sarebbe capace di inseguirli fino a Liegi.

E succederà proprio questo mentre sgomineremo Napoleone una volta per tutte. Noi combatteremo qui per un’ora e mezza e poi ci faremo porre in rotta … apparentemente. Cinquemila di noi al comando di Feldhofer si scompagineranno verso est per farsi inseguire dai francesi mentre io col grosso raggiungerò Waterloo a marce forzate.”

“Principe, io con i miei che faccio?”

“Voi, conte, farete quello che farò io, ma adesso, immediatamente: questa battaglia la lascerete tutta a noi mentre voi raggiungerete e darete man forte a Wellington. Mi precederete di qualche ora. La via verso Waterloo senza essere visti da quelli di Grouchy è fra quei boschi e poi dietro le colline.”

“E così stiamo a tre più del diavolo come dicevate voi, principe.”

 

Grouchy, da un’altura, osservava il campo di battaglia e diceva al suo luogotenente:

“Tissot, sapete per quale motivo l’imperatore vince sempre … o quasi?”

“Certo, mio generale. L’imperatore ne studia sempre una più del diavolo.”

“Proprio così! L’imperatore cosa vorrebbe che facessimo qui a Ligny? Trattenere e impegnare i prussiani perchè non accorrano a spalleggiare Wellington.

E se noi, Tissot, dopo un paio d’ore di combattimento ce la dessimo a gambe ponendoci in rotta verso Namour? Otterremmo di evitare ulteriori perdite e ci tireremmo dietro Büchler ancora più lontano da Waterloo.”

“E così, mio generale, ne avete studiate due più del diavolo.

Però noi francesi facciamo paura: mettete il caso, mio generale, che li sgominiamo.”

“In tal caso, si fotta il diavolo! A che servirebbero le astuzie? Gliele continueremmo a dare fino a Liegi!”

 

Marco Marchetta

 

 

LA  LETTIGA

(43 a.C.)

 

Dopo una lunga e stancante cavalcata Tizio Rufo e Menenio Latino lasciarono i cavalli nel serraglio e si recarono a chiedere asilo all’economato dei sacerdoti di Anxur.

Lucio Flòstene, greco e liberto, sovrintendente dei servizi ospitalieri del santuario di Giove, incassò l’obolo fisso e si dimostrò disposto a delle confidenze in cambio di un altro obolo volontario.

“Cicerone ha lasciato il tempio l’altro ieri” rivelò sussurrando.

“Dei impietosi!” imprecò Rufo. “A quest’ora starà al sicuro nella sua villa di Formia.”

“Puoi starne certo, Tizio” concordò Latino. “Noi due soli non possiamo farcela contro i suoi servi. Mi hanno detto che cinque vecchi gladiatori sono pronti a battersi per quel gufo.”

“Signori” interloquì Flòstene, “permettetemi. Ero un giovincello al servizio di Lèpido e il vostro gufo mi fece assestare quindici scudisciate per avere amoreggiato con una sua inserviente.”

“Siamo afflitti, davvero” mentì Rufo “ma non possiamo vendicarti: la nostra preda ci è sfuggita.”

“No, cavalieri illustri, non credo affatto. Vi prego, venite.”

Lucio li portò sullo strapiombo a mare, indicò verso Sperlonga, invisibile nella foschia serotina, e suppose:

“La vostra preda forse è ancora là nella villa di Flacco e potrete appostarvi in quei pressi ad attenderlo.

Lui, certo, non aveva memoria di quel seduttore fustigato e si è intrattenuto con me in conversari pieni di degnazione e familiarità. E non si è dimostrato neanche avaro in verità.

Sapete che diceva? ‘Sono stufo del carro e di averne le ossa rotte. Con quattro servi continuerò in lettiga. Sono troppo vecchio per affrettarmi ancora. Flacco Numantino mi deve un favore, ossia un pranzo decente e un buon letto. A Formia avrò modo e tempo di imbarcarmi per l’Oriente. Marco Antonio dovrà mangiarsi il fegato, ormai’ .”

“Guai a scudisciare un tipo come te, Flòstene” commentò Menenio. “Cicerone se l’è proprio voluta.”

“Lucio, forse non sarà quanto hai ricevuto da quello là, ma” e Tizio posò delle monete nella sua mano spalancata, “con queste c’è anche la nostra gratitudine.

Ora portaci da mangiare alla svelta e preparaci due cavalli freschi e buoni. I nostri li riprenderemo al ritorno. Partiamo al più presto e viaggeremo di notte.

Noi non ci lamentiamo se le ossa si ammaccano e ti assicuro che assieme alla nostra ci sarà anche la tua vendetta.”

 

L’oratore nel riconoscere gli accoliti del suo nemico in attesa a impedirgli il passo sospirò:

“Ho vissuto già abbastanza, signori miei, e questo nemmeno il vostro padrone può togliermelo più. Portategli pure la mia testa.”

“Cicerone” lo schernì Latino mostrando il gladio sfoderato, “la tua lingua è stata sempre più tagliente della spada. Perchè non ti difendi?”

“Hai torto, ragazzino. Bastasse quella… : ho indirizzato a chiunque stia dalla vostra parte già tante invettive e maledizioni che dovreste essere già morti tutti.”

“Ti lasciamo qualche attimo per affidarti ai Numi.”

“Chi crede all’anima e a una nuova vita è un povero sprovveduto. Il tempo che ho trascorso sulla terra l’ho gradito, ma lo considero più che bastevole, grazie.”

“E allora” gridò Rufo prendendo di mira il collo rugoso sporto dalla lettiga, “sappi che questo te lo manda Marco Antonio e pure Lucio Flòstene.”

“Chi?” squittì il vecchio prima che il suo capo tronco rotolasse.

 

Marco Marchetta

 

(Ringrazio chi legge e gradisce. A sabato prossimo, 12 maggio)

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