IL CRONISTORICO – 11

I  BURGUNDI

(540)

 

Clodoaldo rimase impressionato dalla vecchiezza della regina Clotilde e non volle nasconderlo:

“Nonna mia, tu non stai bene. Ti si legge la morte in faccia.”

“Vattene via, corvaccio nero!” gli inveì contro lei facendo gesti di scongiuro, combattiva come quando, diciottenne, cominciò a seguire Clodoveo in guerra. “Neanche tu mi sembri tanto in salute e ne ho visti morire tanti, tutti più giovani di te.”

“Perdonami, nonna” si contristò Cloud, come lo si chiamava brevemente con familiarità. “Noi, uomini di Chiesa, siamo assuefatti all’idea della morte e la consideriamo l’amica che ci ricongiungerà con il Nostro Buon Signore.”

“Considera amica chi vuoi e ricongiungiti con chi ti pare, brutto menagramo, ma lasciaci vivere in pace!

Quando morì Clodomiro, tuo padre, gli altri figli miei, Clotario e Childeberto avrebbero tagliato la gola anche a te come fecero ai tuoi fratelli, se non te ne fossi scappato a gambe levate. Allora non volevi ricongiungerti col tuo Signore: ti sei fatto frate apposta.”

“Allora ero un debole, e un cieco.

Comunque il mio Signore è anche il tuo come lo è di tutti.”

“Io ho riconosciuto come mio padrone e signore solo il mio sposo Clodoveo, e con un certo sforzo. Non ne riconoscerò mai altri.

Vieni in questo convento solo per rompermi l’anima? Mi hanno detto che, rispetto a questo mio modesto San Martino, il tuo Noventum è più comodo e bello.”

“Signora nonna, sto qui perchè papa Vigilio ha bisogno di noi.”

“Te lo raccomando quell’altro corvo beccamorti. Ha spodestato papa Silverio che, in esilio, è morto subito, guarda un po’.”

“Lo ha santificato prontamente, nonna. È stato un modo per fare il mea culpa.

Comunque il papa vuole santificare pure noi due nel caso lasciassimo questa vita. E, data la nostra salute…

Gli occorre avere più considerazione e visibilità qui nell’occidente e noi possiamo servire allo scopo. L’appoggio che gli danno a Bisanzio Giustiniano e Teodora non gli basta.”

Clou continuò a spiegare il come e il perchè e, così stando le cose, la vecchia regina non chiamò più corvaccio il nipote ma lo assicurò che avrebbe condotto la vita che gli restava in maniera irreprensibile e morigerata spendendo parte delle sue ricchezze in opere di devozione e carità.

Lui lasciò Tours contento e beato, quasi irraggiasse l’imminente santità.

‘San Cloud’ pensava lei, beffarda, ‘quel carotone insulso, ma pensa un po’: fanno santi proprio tutti. E me? santa Clo-clo?

Però ci devo provare: è l’unico modo per essere ricordata presso le generazioni future; si inginocchieranno davanti alle mie raffigurazioni per continuare a pregarmi e supplicarmi come se fossi ancora viva…’

Per i Burgundi e anche per i parenti acquisiti Clotilde doveva rappresentare un legame fra i due popoli e assicurare la pace e la sicurezza sui confini. Non avrebbero potuto avere una mira più errata.

A suo marito, Clodoveo, re dei Franchi, aveva fatto capire subito di essere diventata in tutto una di loro ripudiando qualsiasi consuetudine burgunda e lo esortò a estirpare il suo popolo d’origine che si espandeva fra di loro come un bubbone pestifero nelle carni.

Quando il consorte mosse contro la sua gente lo accompagnò per ragguagliarlo sulle tattiche che lo zio, re Gondebaldo, avrebbe adottato in battaglia: dei suoi punti forti e delle sue debolezze col repertorio di trucchi e finte di cui si erano serviti anche i suoi predecessori, Gundicario e poi Gondìaco, per avvantaggiarsi sui vicini nel loro esodo dal Baltico al Rodano.

Traditrice dei suoi? Certamente. Ma Clotilde aveva tanti rospi sullo stomaco che chiedevano vendetta contro i suoi familiari: avrebbe voluto più di qualsiasi altra cosa una morte atroce per il padre, Chilperico, e per gli zii Gondebaldo, Gondemaro e Godigìselo. Era stata il loro trastullo finchè l’avevano data in moglie al potente vicino ed era per colpa loro se aveva finito per detestare ogni maschio in terra.

Qualcuno avrebbe potuto pensare che la regina rifiutasse qualsiasi rapporto con gli uomini nella sua lunga vedovanza per fedeltà alla memoria dello sposo o per desiderio di purezza e castità. Però alle femmine giovani e belle non aveva rinunciato.

Morto il marito, aveva istigato chiunque contasse a porsi l’uno contro l’altro e dal suo convento aveva goduto delle carneficine che aveva indirettamente provocato nella sua famiglia. Ad esempio era stata lei a sobillare il figlio, re Clodomiro, ad affrontare il suo odiato parente Gondemaro che lo avrebbe ucciso, occupandone il trono.

E sì, erano duri e feroci i suoi Burgundi, almeno quanto i Franchi che avrebbero sopportato quella spina nel fianco ancora a lungo.

La vecchia era sempre stata fiera della sua perfidia e delle innumerevoli atrocità perpetrate. Non aveva avuto altro scopo che appagare il suo istinto sadico e violento e ne riceveva in premio un’aureola.

‘Ricordo’ pensava ‘quella bestia di Clodoveo prendere il battesimo a Reims assieme alla sorella Audofleda e ad altri tremila, come un immenso esercito di devote pecorelle. Il vescovo Remigio li immergeva nella vasca battesimale e loro, buoni buoni lo lasciavano fare. Io li guardavo e crepavo dal ridere dentro di me alla vista di quei mustacchi gocciolanti, perchè era stata tutta opera mia. Mi ero convertita al cattolicesimo prima fra tutti e poi avevo convinto il mio sposo a quell’umiliazione; gli avevo fatto capire che così i Franchi sarebbero parsi più civili e atti a governare agli occhi delle genti gallo-romane e del clero; così questi lo avrebbero appoggiato più facilmente contro i miei Burgundi, i Visigoti, gli Alamanni e gli altri popoli di fede ariana

Ho fatto convertire i Franchi solo per aizzarli alla guerra e alle stragi. Tuttavia si sono convertiti ed, evidentemente, è bastato questo alla Chiesa di Roma per volermi assunta alla Corte Celeste. Un vero affare per me.

Ma vedi un po’ che mi viene da pensare adesso: mettiamo che sia tutto vero quello che ho sempre ritenuto un cumulo di fandonie. Dicono che Lui riesca a leggere dentro. Se è così, per quanto tempo riuscirò a stargli vicino prima che mi scaraventi all’Inferno con un calcio in… ?”

 

Marco Marchetta

 

 

LA  SCORRIBANDA

(1076)

 

Ghisulfo era furente nel dettare:

‘…Tu, Roberto, non solo ti sei dimostrato un mio vassallo subdolo e ribelle ma hai disatteso anche le speranze di una parente: non hai rispetto per la mia Sicelgàita, tua terza moglie. Grazie a lei hai un secondo maschio che possa trasmettere nel futuro il tuo sangue. In tuo figlio Ruggero il sangue nostro è mescolato, il tuo con il mio.

Non basta questa considerazione per allontanare i tuoi armati da Salerno?

Ormai mi resta solo questa città di tutto il mio bel principato che raggiungeva le punte della Calabria e delle Puglie. L’incarico che mio padre, Guaimaro, diede ai tuoi fratelli, Guglielmo, Drogone e Unfredo quando li assoldò come mercenari era solo quello di compiere qualche scorribanda per bloccare e tenere a freno i Bizantini.

Di quelle scorribande voi Altavilla ne avete fatte tante e tutte di conquista e occupazione a vostro vantaggio. Quando vi sazierete?

I Bizantini non ci sono più ma, in compenso, ci sono i vostri Normanni, tutti smaniosi di terre e di ricchezze. Quelli avevano sporadiche roccaforti e caposaldi, voi tutto l’intero territorio a meridione dei possedimenti di San Pietro compresa la Sicilia.

Anche il rampollo della vostra famiglia, il tuo fratellino Ruggero, ha preso il vizio di tutti voi: Bentumne di Siracusa lo invita per combattere ai suoi ordini e, scorribanda dopo scorribanda, il padrone diventa il suo servo. Così anche gli Arabi di Sicilia, i saggi e illuminati Kalbiti, si sono dovuti arrendere ai Normanni d’Altavilla.

Roberto, tu sei un fellone, traditore di ogni fede e ideale cavalleresco! E sei di un’ingordigia spaventosa!

Così stretto fra i miei spalti volevo almeno la signoria su Amalfi. Quella operosa repubblica dedita unicamente ai traffici sul mare, così prossima alla mia città, sarebbe stata ben difesa contro le scorrerie di Pisa, Genova e dei Saraceni. No, tu l’hai voluta per te: un’altra scorribanda, ovviamente per difenderla da me, e così addio Repubblica di Amalfi ben asservita a un tuo strategoto.

Allontanati, quindi, dalle mie mura…’

 

Il Guiscardo diede la lettera al suo primogenito Boemondo per sghignazzarci sopra insieme.

“Figlio” concluse ammannendo al giovane un po’ della sua saggezza, “non mischiar mai i vantaggi personali con i sentimenti e non rinunciar mai al tuo tornaconto per dar valore a degli scrupoli. Non c’è nulla che valga più delle terre, castelli e titoli nobiliari e di quelli non ce n’è mai troppi.

Noi, che proveniamo da una famiglia di spiantati, dobbiamo riscattarci da un’atavica miseria e ciò è possibile solo con una inesorabile determinazione. Inoltre fra la nostra gente è d’uso il maggiorascato: il primogenito prende titolo e patrimonio e i cadetti niente; devono mettersi al suo servizio se vi sono cariche e compiti a disposizione, o arrangiarsi altrove.”

“Non preoccuparti, padre. Non c’è luogo per la pietà nell’animo di un vero normanno, e chi non sa tenersi stretto il suo è giusto che lo perda.

Diamogli il colpo di grazia a Ghisulfo.”

“Per modo di dire, figlio. La sua vita non m’interessa; solo la sua roba.

Inoltre, Boemondo, ho fretta di andare in oriente. C’è Costantinopoli che ci aspetta e, se i Bizantini la difenderanno come hanno fatto con i possedimenti italiani, da duchi diventeremo presto imperatori.”

“Un’altra scorribanda, padre? Non sarà solo tuo suocero a piangere.”

“Già.

Ora ascoltami, ragazzo, che è importante. A nord c’è il papa e quello non lo si può toccare. Io sono vecchio ormai, ma se non ce la farò io ricordati che qui è stato fatto tutto e che lo spazio per altre scorribande è là al Bosforo e oltre, verso Antiochia, Edessa, Gerusalemme, sempre più verso il sole sorgente. Hai capito, figlio?”

“Antiochia, padre? Sì, suona bene; me la devo ricordare.”

 

Marco Marchetta

 

 

CALATAFIMI

(1867)

 

Carlo Filangieri, principe di Satriano, ebbe notizia della battaglia di Sadowa e della definitiva disfatta dell’Austria. Ora della Casa d’Asburgo, che si avviava verso un inarrestabile declino, e di quell’impero glorioso non aveva paura più nessuno.

Presa coscienza di questo, l’ottantaduenne generale decise che doveva dare la giusta versione di quanto accadde nel ’60: nelle sue ‘Memorie’ non era stato troppo sincero dato che l’unità d’Italia, a danno dell’imperatore Francesco Giuseppe e suoi associati, era dovuta anche a lui.

Nel guardare dall’alto di San Martino il panorama napoletano, parte anch’esso del regno piemontese, si vergognò di essere stato tanto timoroso e si riconobbe molte iniziative che avevano portato alla disfatta di re Francesco e alla cessazione del dominio borbonico.

A casa si consultò con suo figlio Gaetano:

“Piccerì (ragazzo)” cominciò appellandolo come faceva da più di mezzo secolo, “quando sette anni fa re Franceschièlle mi richiamò a capo del governo io stavo con l’acqua alla gola, con i debiti fino a qua.”

Mentre il padre faceva una specie di saluto militare, il figlio chiedeva con espressione stupefatta:

“Ma che dite, papà? E non dicevate niente?”

“E che dovevo dire? Che i vizi li ho sempre avuti, specie il gioco e le donne? E quelli costano assai.

Però il re mi voleva di nuovo, fortunatamente, e ci siamo rifatti le ossa e una posizione. Lo vedi che non è mai troppo tardi?”

“Papà, non me lo dite… Avete approfittato della vostra carica. Avete rubato ed estorto, è così?”

“No, no, ho fatto qualche affare è vero, ma è tutto guadagnato.”

“Papà, io pensavo fossimo persone per bene, una grande famiglia dignitosa: il nonno Gaetano, filosofo e giurista…”

“Sì sì. Niente retorica però, noioso! Li vuoi sapere i fatti veri? Poi se vuoi correggere le mie ‘Memorie’ sarai libero di farlo. Io, per me, vuoto il sacco e poi posso pure morire.

Beh, lo confesso: tasse all’erario ne arrivavano poche, ho venduto parecchi titoli, appalti e prebende e ho fatto affari col Savoia.”

“Vittorio Emanuele? Col nemico? Papà!…”

“Non proprio con lui, con Cavour, con La Farina che era il suo emissario. Volevano l’annessione al Piemonte e noi, sotto sotto, dovevamo spalleggiare Garibaldi.”

“Un tradimento della corona, insomma.”

“E sì, piccerì. Però non ti scaldare troppo, per favore.

I Borboni erano in agonia e nell’attesa dell’ultimo respiro che male c’era a fare i propri interessi? Lo sai che con quel re si lavorava per la gloria? Gratis et amore Dei.

Comunque soldi a palate a Lanza per lasciare Palermo…”

“Ventimila contro i mille di Garibaldi… Eh, già.”

“Hai capito mò, Gaetà. E soldi a palate a Persano per non presidiare lo stretto di Messina e, ovviamente, prima si erano versate somme, sempre con la pala, per facilitare lo sbarco a Marsala e al generale Landi per farsi vincere a Calatafimi.”

“No. Pure a Calatafimi? ‘Qui si fa l’Italia o si muore’. Tutti i picciotti che vanno a dare manforte spontaneamente…

Ma voi, babbo, che ci guadagnavate?”

“Gaetà, e ti devo spiegare proprio passo passo? E quanto sei pesante! Loro pagavano a me le cifre e io ne distribuivo la metà a chi di dovere. Anche così quelli erano contentissimi e il resto lo intascavo io. Me lo meritavo, no? E se no l’Italia e mò la facevano.

Se lo vuoi sapere i picciotti a Calatafimi stavano a guardare per appoggiare chi avrebbe vinto e in quella gloriosa battaglia, grazie ai soldi dati a Landi che fece un’opportuna ritirata, si fece male sì e no un centinaio di gente.”

“Papà, sarà l’età ma voi siete diventato tutto scemo. Per me le ‘Memorie’ le avete già scritte e non ve ne saranno altre!”

 

(Ringrazio chi legge e gradisce. Appuntamento al prossimo sabato, 19 maggio, con un altro racconto)

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