IL CRONISTORICO – 2

MATILDE

(1081)

 

“Cosa mi consigliate, padre?”

“Mia signora” rispose Anselmo da Lucca, “come prete non potrò mai suggerirvi di prender partito contro Nostro Signore Gesù. Gregorio è il papa nostro e la sua parola è quella di Cristo.

Se siete convinta di questo non potrete che appoggiare il pontefice contro lo scomunicato Enrico.”

“Non è così semplice. Vi voglio parlare in confessione.” Non appena si sentì benedetta e protetta dal sacramento, Matilde mormorò fra i denti:

“Io sono stata di Enrico, padre, quando venne qui per farsi togliere quella prima scomunica.

Per quello che successe allora dentro queste mura posso fare solo il mea culpa, avendo complottato contro papa Gregorio che ospitavo amichevolmente. Dio mi perdoni.”

Lei, così piccola e minuta, fra le braccia di quel giovane tanto ardito e insolente, alto, biondo e così bello.

“Tilde” sfotteva il deposto imperatore più nel suo natìo teutonico che in latino, “il vecchiaccio imbalsamato crede che davvero stia sotto le intemperie a impetrare la sua clemenza?”

Era davvero buffo: Enrico, il quarto di Franconia con quel nome, era alloggiato comodamente all’interno del castello da quando era giunto a Canossa e Gregorio VII, ospite anch’egli, non se n’era mai accorto.

Il papa, tronfio del suo potere temporale, faceva il duro a concedere il colloquio conciliativo osservando dagli spalti una figura infreddolita lasciata all’esterno in penitenza. Non avrebbe mai saputo che, intabarrato nel mantello regale, c’era un fidato famiglio della contessa; se ne stava  ben lontano dalle vedute del

castello per non essere altro che una sagoma indistinta.

“Imperatore mio” argomentava lei godendo di ogni gesto e di ogni respiro del suo amato, “il papa comanda e io devo fare almeno il gesto d’obbedienza. Tu hai potuto constatare quanto la sua maledizione possa alienarci l’appoggio dei sudditi ed è opportuno conservare il loro favore.

Salvaguardato ciò, per quanto possa ritenersi Dio in terra, non può pretendere di arrivare nelle mie terre da amico e mèttervisi a spadroneggiare da sovrano. Sono sempre io che decido!”

 

Rievocando col confessore quei momenti di quattro anni prima Matilde continuò:

“Ero così innamorata che gli proposi di liberarsi della moglie per poterci sposare. Insieme, unite le nostre forze e le nostre sostanze, papa Gregorio avrebbe abbassato la cresta. Questo prospettai a Enrico.

Io, vedova di Goffredo di Lorena che avevo sempre detestato e che, fortunatamente, si era tenuto sempre lontano da Canossa, mi vedevo già imperatrice. Enrico, deposto, senza un vassallo che lo appoggiasse, ottenne il mio letto e me oltre la mia indispensabile intercessione per ottenere la revoca della scomunica. In più, grazie al mio favore, non si era mai dovuto veramente umiliare.

Vedete, padre Anselmo, che vi sono dei precedenti a complicare i miei rapporti attuali con l’imperatore.

È tornato qui in forze ben deciso a chiedere soddisfazione di quell’affronto. Ha l’esercito attendato a valle e sta a me che il suo passaggio per Canossa non si trasformi in un assedio ai miei danni.

Se gli nego ogni aiuto sembrerà a entrambi che voglia vendicarmi di lui che, allora, non prese sul serio la mia proposta: aveva avuto la possibilità di liberarsi della sua Euprassia.

Voi  l’avete vista, padre; non sarei stata io una più degna imperatrice?”

Anselmo, secondo la scolastica in auge, era proprio un santo: non pensava che agli interessi della Chiesa.

Matilde avrebbe preferito uno spregiudicato consigliere politico, o un amico esperto in quegli imponderabili moti dell’animo, piuttosto che un pio religioso.

Per quello qualunque cosa la signora gli stesse dicendo, qualsiasi sfogo esplicasse a cuore aperto o checchè bassezza il suo orecchio peloso raccogliesse non aveva alcun peso e non cambiava la sua visione d’insieme. L’unica cosa importante e insondabile era la volontà del papa, la sola legge cui attenersi, l’unica da rispettare e seguire; non importava se per farlo sarebbe stato necessario esercitare soprusi, lasciare cadaveri sul cammino, calpestare sentimenti e commettere, così, molti peccati.

Per la contessa di Canossa quel personaggio piovutole in casa per gli incerti dell’esistenza non era di alcun conforto nè utilità. Però Matilde questo non glielo avrebbe mai fatto capire in quanto, pur capace di comandare uccisioni e maltrattamenti a carico di chiunque altro, era condizionata per forma mentis a mostrare condiscendenza e rispetto verso un uomo di Dio.

Di lì a poco Enrico fu introdotto nel salone con alcuni suoi fidi e Matilde, affiancata da scherani, lo volle attendere assisa sul tronetto.

Lui era nuovamente scomunicato ma, questa volta, di seguaci incuranti dell’anatema ne aveva, eccome.

“Signora” vociò, brusco” voglio ricordarvi che esistono i doveri feudali e che non sono ritornato a Canossa per effettuare altre attese o penitenze.”

Matilde chiese di appartarsi per discutere in privato. L’imperatore consentì all’abboccamento in un angolo del salone facendo segno ai suoi di ritirarsi in quello opposto.

“Enrico…” e lei avrebbe desiderato tanto che l’antico amante ricordasse le dolcezze passate senza ulteriori incoraggiamenti.

“Matilde” abbreviò l’altro come se pochi anni prima, lui ventisettenne e lei trentunenne, si fossero scambiati solo convenevoli, “io devo soffocare definitivamente quel gufo malefico di Gregorio.

È presto detto: necessito di truppe e vettovaglie.

Questi territori appartengono all’impero e tu mi sei vassalla. O mi obbedisci o ti privo del feudo!”

“Mio signore” replicò lei fieramente, “sono ben cosciente che, se avete portato in Italia tutte le forze di Germania, è per servirvene contro un vecchio e contro una donna.” Poi ricordando le parole del confessore: “Non prenderò mai partito contro il nostro amato pontefice! Lui è come se fosse Gesù in persona.”

Ora che si era espressa avrebbe atteso la rabbia di Enrico e ne avrebbe subìto tutto il peso.

Ma la ragione del suo rifiuto non era quella.

Certamente non odiava il papa pur non venerandone la persona come la superstizione del tempo rendeva consueto: fra quegli ed Enrico non c’era dubbio da quale parte la bilancia della donna avrebbe penzolato.

Il signore di Germania avrebbe dovuto fare appello ad altre ragioni che non quelle degli obblighi feudali.

Ma gli uomini non capiscono mai niente.

 

Marco Marchetta

 

 

I   BRITANNI

(43)

 

Minussic nel riordinare l’alloggiamento di campo di Aulo Plauzio trovava sempre l’occasione per srotolare, leggere e aggiornarsi rapidamente sul contenuto del libro che a ogni luna piena il comandante inviava all’imperatore Claudio.

Chi faceva caso a una schiava da niente? come per definizione era ‘selvaggia, ignorante e buona solo per poche cose elementari, come tutti i Britanni’ Che leggesse bene il latino chi lo immaginava fra i Romani?

Da eccellente spia, la volta successiva che il suo amante e referente, Caractobelle, le segnalò la sua presenza, con la scusa di doversi scaricar le viscere Minussic lo raggiunse nel bosco. Prima di farci l’amore, come al solito, gli relazionò con dovizia di particolari.

Con un giorno di cavalcata Caractobelle potè raggiungere e riferire tutto a Glochis, capo del gruppo di Catuvellàuni che si trovava a fronteggiare gli invasori.

Quando l’intera assemblea dei capi famiglia venne messa al corrente il druido si alzò a parlare:

“Ma davvero? I Romani sono convinti che siamo rozzi e ignoranti come mille anni fa.

Sicuramente anche questo duce batterà il tamburo a sua gloria scrivendo i suoi commentari, un ‘De Bello Britannico’. Ho letto quello di Giulio Cesare e anche lui aveva girato la frittata a suo tornaconto. Per lui i Belgi, che in gran parte si sono riversati qui, erano i più feroci e incivili fra i Celti e temeva noi Britanni anche per questo.

Quanti di noi hanno sangue belga nelle vene? E sappiamo che il caro Giulio aveva preso un grosso abbaglio; però ci temeva più di quanto facesse con i popoli di Gallia. Fu questo che lo fece desistere dal darci addosso in forze quando tentò l’invasione della nostra isola.

Compagni, la nostra salvezza o, almeno, la possibilità di raggiungere con questi schiavizzatori una sopportabile convivenza è nel farci temere il più possibile.

Cesare ci invase due volte inutilmente perchè non riuscì a stabilire un contatto per darci battaglia. Questa volta credo che scappare non servirà a molto.

Dimmi, Glochis, fra tutti i villaggi di Catuvellàuni quanti carri da guerra possiamo mettere assieme? Falli arrivare tutti qui. Dobbiamo far sì che Plauzio si convinca sul serio che ogni guerriero catuvellàuno e britanno in genere combatta sul suo carro con un  drappello di ausiliari.

Poi ci dobbiamo denudare e dipingere dappertutto, e impariamo a urlare fino a perdere la voce.

No, compagni, non ridete: pensate che è necessario per le vite nostre e dei nostri cari.

I Romani sono tanti, con tanti mezzi e, contrariamente a noi, avvezzi alle battaglie e al sangue. Dobbiamo combattere più con il senno che con la spada questa guerra che non possiamo vincere.”

“Druido, quelli son convinti che tutti tagliamo teste e ce ne adorniamo, come avranno visto fare a qualche celta depravato. Tutti i Celti devono essere così? A me queste cose danno raccapriccio.”

“Tutti noi siamo delle persone civili, amici. Ma pure i teschi serviranno per suscitare paura e rispetto in questi barbari.

Passate la voce che si conservino le teste dei morti, che possano capire e perdonarci. Prendiamone dalle tombe. Quante più sono, meglio è.”

“Avete capito, gente” concluse Glochis, “cosa ci consiglia il druido nostro? dobbiamo imparare a diventare peggio dei Romani!

E ha ragione. Sì, amici, non pensiamo al ribrezzo e facciamolo.”

 

“Vedi, Ostorio, se non avevo ragione?” dedusse Plauzio col suo luogotenente. “Qui i carri sono centoquattro, anche più dell’altro villaggio di Catuvellàuni. E quando avremo superato questa popolazione poi ci sono i Siluri, i Briganzii e tanti altri, fino ai Goidels del nord con il pelo di un rosso impressionante.

Sono tutti ferocissimi, come vedi, assetati del nostro sangue.

Temo che ci stiano dando il passo per richiudersi in forze soverchianti attorno a noi. Capito, Ostorio?

Con loro dobbiamo cercare di stabilire una difficile convivenza basata sul reciproco rispetto, raggiungere un accordo, in attesa che acquisiscano il nostro modus vivendi sennò di qui non se ne esce.”

“Non con la testa sulle spalle, almeno” concordò Ostorio.

In vista dell’esercito romano che sfilava con mille precauzioni, rumoreggiavano con urla agghiaccianti e disumane i terribili Britanni sui loro carri (con poche variazioni sempre gli stessi), quasi nudi come bestie villose (tremanti per il freddo anche se questo i dominatori del mondo non lo supponevano) e ostentavano su tutto il corpo impressionanti decorticazioni.

Quello che più faceva accapponare la pelle ai raffinati figli del Tevere erano quei teschi in evidenza sulle picche e in cima alle capanne vuote.

Ne deducevano che difficilmente quei bruti si sarebbero civilizzati.

 

Marco Marchetta

 

(Vi do appuntamento a sabato prossimo, 10 marzo, con altri racconti)

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7 Commenti
  1. GiuliaBianchi 2 mesi fa

    Bravissimo Marco

  2. EnzaMolonaro 2 mesi fa

    Affascinante! Marco sei molto bravo

  3. Ketty Smile 2 mesi fa

    Grande, specie I Britanni mi sono piaciuti molto

  4. DolceMia 2 mesi fa

    I miei complimenti

  5. Autore
    MarcoMarchetta 1 mese fa

    Grazie a tutti. Ci troveremo ogni sabato, come oggi.

  6. Terryte 1 mese fa

    Ma che bravo

  7. MillyCarbone 1 mese fa

    Molte belle le tue storie!

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