IL CRONISTORICO – 3

LA  FINE

(1821)

 

“Monthelon…” soffiò Napoleone dalla sua alcova.

“Sì, mio Imperatore” gli rispose il suo medico personale Antonmarchi, unico presente.

Tutti si erano trattenuti fin dal mattino di quel tempestoso 5 maggio al capezzale del loro mito per vederlo spirare. Ma le ore passavano e l’agonia si protraeva.

Col tempo inclemente, che toglieva la voglia di respirare dell’aria fresca all’aperto, si cominciò pian piano a disertare il luogo.

“Scrivete … vi prego.”

Il medico fece cenno di assecondarlo e stette a sentire fra rantoli e sussurri quei ricordi mai dettati. Le sue memorie erano già state scritte un po’ da tutti a turno, dagli ufficiali ai servitori.

Quella larva umana lì distesa aveva scosso e terrorizzato l’intera Europa e continuava a legarsi alla vita con altri labili ricordi come se l’umanità fosse ansiosa di conoscerli tutti e fin nei minimi dettagli.

Ci volle molto ad Antonmarchi e a quelli che tornavano a riprendere la veglia funebre per ascoltare e capire quegli episodi.

Napoleone aveva nove anni e alla scuola militare di Brienne aveva notato del vetro nella brocca accanto al letto. Lo fece presente ai compagni e questi risero tanto che accorsero i superiori. Il vetro era ghiaccio e lui nella sua Corsica non ne aveva mai visto.

Prima di esalare l’ultimo respiro il morente cercò di raccontare dell’altro che, pienamente cosciente, non avrebbe mai confessato a nessuno.

Nel rapporto positivo a fine corso i relatori prospettavano per il cadetto ‘Monsieur de Bonaparte’ una eccellente carriera marinaresca. Nel ricordare questo nei suoi ultimi momenti Napoleone riuscì perfino a ridacchiare.

Infatti avrebbe voluto concludere che di mare non aveva mai capito nulla. Nell’ottocentoquattro insistè col vice-ammiraglio Magon perché le navi pronte all’invasione dell’Inghilterra sfilassero nonostante il mare grosso. Circa la metà della flotta andò a picco. E questo, per sua fortuna, la morte gli aveva consentito rimanesse nel dimenticatoio.

 

Marco Marchetta

 

 

BIANCA  MARIA  VISCONTI

(1466)

 

La duchessa è sempre più preoccupata nel rileggere le sue memorie e si arrovella.

 

Devo distruggere tutti i miei scritti.

Mio figlio, Galeazzo Maria, è troppo impulsivo e irrazionale e quando verrà a prendere possesso di Milano non so che sorte potrebbe riservarmi: offrirgli un appiglio può essere la fine per me.

Tutti gli Sforza, da Muzio Attèndolo, sono bestie compreso il mio amato Francesco, appena morto. Tutti violenti e irragionevoli.

Però qui dentro ci sono i miei ricordi, la mia vita.

“Io, Bianca Maria de’ Visconti, signora di Milano per legittimo matrimonio con Francesco Sforza, gli ho dato figli a sufficienza per lo stabilimento di una dinastia…”

Bell’inizio che a Galeazzo Maria non dovrebbe dispiacere. Aspettiamo prima di buttare tutto nel camino.

Ah, qui ho scritto della mamma.

“Mia madre, Agnese del Maino, mi disse tutto sulla mia origine: Filippo Maria, ultimo dei Visconti, signori del ducato, non era affatto mio padre.”

In effetti solo gli ingenui potevano crederlo: quel maialone non mi somigliava affatto ed era notoria la sua propensione per i maschi giovani.

Questo, una volta letto, addio duchessa, erede dei Visconti. Ecco, al fuoco e leggiamo appresso.

“Mamma mi disse che lui aveva finito per gradirne la presenza nel suo letto solo perché era bellina e tenerella anche a vent’anni, efebica come i suoi ragazzetti e perché la riteneva altrettanto capace di stuzzicarlo con le mani e con la bocca.

Giacendo al suo fianco gli faceva credere che anche con lei, supportato dall’ebbrezza, si comportava da vero stallone.

Qualche sgherro che doveva vigilarla per il padrone finiva fra le sue gambe prima o poi. Così fu concepita mia sorella Lucia, morta da tempo.”

Potrei mai far sapere queste cose a Galeazzo Maria? Via, al camino.

Dove sta, a tal proposito, quell’altra possibilità? dove l’avrò scritta? cerchiamo un po’… Ah, ecco.

“Agnese, mia madre, era orgogliosissima delle sue proprietà e me le mostrava per giustificare la sua disinvoltura amatoria. Filippo Maria aveva tutti i vizi umani ma con lei era stato generoso.

Sicuramente alle due mogli ufficiali, Beatrice di Tenda e Maria di Savoia non era riuscito neanche ad accostarsi e, ritenendo di avercela fatta con mia madre in quei momenti di incoscienza, aveva ritenuto giusto compensarla per avergli dato l’unica sua figlia sopravvissuta, me.

Avevo quindici anni e Francesco Sforza continuava a far pressione su mio padre per avermi in moglie: voleva porre un’ipoteca sul ducato in quanto era chiaro per tutti che per la dinastia viscontea non vi sarebbero stati discendenti maschi.

Fu allora che mamma mi prospettò la possibilità che il mio vero padre fosse lo stesso Sforza che mi stava chiedendo.

Aveva ventitre anni il mio Francesco quando mia madre mi ha concepita. In quel periodo il duca aveva bisogno dell’armata di Muzio Attèndolo, detto ‘Sforza’, passata al figlio Francesco dopo la sua morte unitamente all’appellativo. Quel giovane capitano di ventura era già famoso per aver conquistato Napoli.

Ambasciatrice e fiduciaria del Visconti presso di lui chi era?: Agnese del Maino con le più intuibili conseguenze.

La mamma mi chiese esplicitamente se volevo correre il rischio di sposare mio padre. Avrei dovuto essere proprio folle per rifiutare un partito simile, signore di quasi tutte le Marche, l’unico che poteva rendermi duchessa di Milano da insignificante figlia illegittima di chissà chi.

Le risposi che anche lo Sforza era consapevole delle sue frequentazioni intime nel tempo in cui venivo concepita. Se non si preoccupava lui di sposare sua figlia chi ero io per prendermene pensiero?” ’.

 

Bianca Maria si arrende alla fine: cose simili non vanno neanche pensate, figuriamoci messe per iscritto. Un tale contenuto che pervenisse al figlio, il nuovo duca, e la sua vita non sarebbe valsa più di una foglia al vento.

Quanto resta del memoriale va ad alimentare le fiamme del camino.

 

Marco Marchetta

 

 

IL  RACCOMANDATO   (1492)                       T

 

“Mia sovrana, la facciamo?”

“Sì, sovrano mio. L’affideremo ai fratelli Pinzòn, è vero?”

“Ma perchè non ragioni un poco, regina mia? I Pinzòn sono troppo potenti: se l’impresa riesce sarà difficile eludere le promesse. E i soldi per mantenerle vuoi cacciarli davvero?”

“No, sovrano. E allora scegliamone uno che sia un buon marinaio e che socialmente non conti niente.

Comunque dobbiamo fare presto sennò il Portogallo ci frega pure in questo.

Abbiamo una vasta scelta: ormai si sta in fila a chiedere il nostro placet per navigare il mare Oceano verso occidente.”

“C’è quel Colòn, sovrana.”

“Cristobal Colòn? Ti prego, re mio. Quello no.

Sono anni che mi toglie l’anima. Me lo stanno raccomandando un po’ tutti quelli di poco conto come lui. È proprio asfissiante: stavamo in piena ‘reconquista‘ contro i Mori e quello veniva a insistere per avere il permesso di andare alle Indie.”

“Io, regina, pensavo proprio a quello.”

“No, sovrano, ho detto no. Morta piuttosto. Anzi, se insisti pure tu, morto ti faccio trovare quel Colòn, sgozzato per la strada.”

“Sei la solita zuccona, regina mia.”

“E tu quel cafone morto di fame che sei, re delle mie pezzuole. Io dico no.

Lo sai che si dice di questo Colòn? che non sia altro che un marrano di Catalogna, un discendente di ebrei convertiti.”

“E con questo, sovrana scema mia? proprio per questo ci fa gioco: se avrà troppo a pretendere al ritorno gli butteremo in faccia la sua origine.”

“Re, tu insisti e io a quell’odioso rompiscatole aizzerò contro l’Inquisizione, così impara.

Lo sai che i suoi patroni genovesi, i Centurione, lo fanno già passare per un connazionale?”

“E chi ci crederà, regina?

Io per la nostra impresa non vedo alcuno più indicato: nel caso non tornasse non avremo perso granchè; ma se avesse successo faremo in modo che continui a non ricevere appoggi importanti. Così il merito pian piano ce lo piglieremo tutto noi…”

“No, sovrano.”

“… e anche le ricchezze delle Indie favolose, regina.”

“Ho detto no, sovrano.”

“Neanche se, regina, l’Aragona si contenterà di una parte minoritaria?”

“Re mio, quanto?”

“Nominale, regina mia. La Castiglia avrà il 51%.”

“60 o niente, re bellissimo.”

“D’accordo, sovrana sfolgorante.”

“Purchè sia Martin che Vicente Pinzòn partecipino in subordine a Cristobal Colòn, sovrano.”

“E sia; ma non mi chiedere altro sennò m’incazzo, sovrana.”

Che ci poteva fare il povero Ferdinando? Isabella era, in tutto, in quella nuova Spagna ‘reconquistada‘, la socia maggioritaria … e lo sapevano entrambi.

Fu così che l’America potè essere scoperta.

 

Marco Marchetta

 

(Vi do appuntamento a sabato prossimo, 17.3, con altre tre storie)

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7 Commenti
  1. DolceMia 2 mesi fa

    Bravissimo Marco

  2. Ketty Smile 2 mesi fa

    Che storie interessanti

  3. GiuliaBianchi 2 mesi fa

    Bravissimo, il raccomandato è proprio bella come storia

  4. EnzaMolonaro 2 mesi fa

    Tre racconti belli

  5. Terryte 2 mesi fa

    Sei bravissimo Marco…tutti piacevoli i tuoi racconti

  6. MillyCarbone 2 mesi fa

    Sei geniale

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