IL CRONISTORICO – 6

L’ AMANUENSE

(1430)

 

Nel monastero fra’ Crispo sovrintendeva a tutti i gruppi di copisti. Al momento erano in lavorazione sei tomi di contenuto mistico commissionati dalla Santa Sede.

“Mantenendo le caratteristiche di base secondo le direttive che vi ho impartito” enunciava in uno degli stanzoni più luminosi e adatti per la copia “ognuno dei fratelli amanuensi è pregato di impiegare la propria  fantasia negli svolazzi e nei disegni miniati. Desidero, in particolare, che la lettera iniziale di ogni facciata sia sempre diversa e ridondante. I frati non còpino l’uno dall’altro, altrimenti lo scopo di cui ho parlato è col fischietto che lo raggiungiamo.

Punirò, come al solito, i pigri e i disubbidienti: se non volete che vi privi dei pasticcini al miele delle Figlie della Corona Insanguinata che vi spettano, fate come vi si dice; sapete che sono capace di farlo!”

Finito il giro di ispezione anche fra’ Crispo si rimise al suo banco a copiare. Così lo trovò il famiglio del cardinale don Alonso Borja per convocarlo dal padrone.

Mentre con passo svelto si recava nell’ala destinata all’illustre ospite amico dell’abate, fra’ Crispo pensava che quel prelato doveva aver messo le radici nell’abbazia dato che da due mesi ci stava facendo i funghi.

Non c’era da supporre che volesse ritirarsi dalle piacevolezze del mondo: si dedicava unicamente alla caccia nei dintorni e, fra le sue prede, recava spesso qualche procace contadina allettata da un compenso e dalla voluttà di giacere in un soffice letto.

Il frate si accorse di essere stato ingiusto: dai tanti tomi in giro don Alonso doveva leggere molto e, probabilmente, era per questo che non si decideva ad andarsene.

“Sto qua, eminenza” si annunciò perché il cardinale lo lasciasse entrare.

“Fra’ Crispo, il monogramma su questa copia della vita di san Callisto è il tuo?” e lo mostrò. Ricevuto l’assenso continuò:

“Questa è un’altra copia della stessa agiografia fatta da un altro confratello. Sono notevolmente diverse. Come mai? Chi ha copiato giusto e chi sbagliato?

È facile, una volta a Roma, verificare sul tomo originale tornato nell’archivio pontificio.”

“Non è necessario, eminenza. Sono io il copista infedele.”

“Sei stato infedelissimo, fratello. Hai inventato che Callisto ha combattuto nell’arena contro l’imperatore Còmmodo; questi, sconfitto e graziato, avrebbe voluto vendicarsi; il gladio impugnato per uccidere Callisto si trasformò miracolosamente in un pesce, simbolo dei cristiani di allora; l’imperatore, rimasto così disarmato, finì vittima di Narcisso, vendicatore di tutta la romanità oppressa…

Questa è una delle tante fantasticherie che ti sono passate per la mente e per la penna.

Come ti sorge tanta inventiva? Vuoi commentare, prego?”

“Eminenza, io a ricopiare sempre le stesse cose mi intristisco mortalmente; e poi ho voluto scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere da devoto qual sono.

Comunque so di essere venuto meno ai miei doveri e capirò se vorrete rimuovermi dai miei incarichi.”

“Tutto qui?”

“Eminenza, visto che mi date licenza di parlare, ritenete che quel tomo originale che avete citato dica il vero su san Callisto? A quei tempi  non si scriveva e le storie si tramandavano oralmente. Raccogliere tali racconti dopo dopo otto o dieci secoli e metterli finalmente per iscritto, pensate sia avere arrecato un buon servizio alla verità? E allora, fantasia per fantasia…”

“Tu, fra’ Crispo, dovrai venire a Roma con me.”

“Eminenza, non vorrete che finisca al rogo!

Fatemi la grazia di raccogliervi in preghiera per una sola ora, vi supplico, e mi dileguerò per le campagne.”

“Che sciocche preoccupazioni da parte di un uomo d’ingegno.

Taci oppure al rogo ti ci mando per davvero!

Ti farò bibliotecario col compito occulto di creare maggiori fasti per la mia famiglia. In effetti sarai un mio segretario con tutti i vantaggi che ne derivano. Accetti?”

“E ne dubitate, eminenza? Non vi ringrazierò mai abbastanza.

Se ho ben capito trasformerò alquanto, nel ricopiare, le storie dei vostri ascendenti ampliandone i meriti, o creandone all’occorrenza.”

“…così come hai fatto diventate più santo san Callisto.

No, non mi sbagliavo nel considerarti quel che mi abbisogna. A volte è grazie a tipi come te che tipi come me diventano papi.

Magari col nome di Callisto Terzo, chi lo sa?”

 

Marco Marchetta

 

 

 

LA  PAGELLA

(1810)

 

Nello studiare gli ultimi sondaggi  Napoleone vuole a fianco solo Berthier e Talleyrand.

“Qui, vedi, principe, non ci siamo” e indica i dati seguendo il rigo della Russia. “Lo zar non l’ho trattato bene a Tilsit? Ci ha guadagnato anche un po’ di Prussia orientale…”

Talleyrand, interpellato, commenta:

“Sire, se volete il mio parere è proprio questa vostra magnanimità che Alessandro non manda giù. Lui è imperatore per secolare dinastia.”

“Louis!” strilla Napo. “Questo mi fa proprio incazzare con i suoi ragionamenti di reali e legittime discendenze benedette dal Signore!

Lo fai ragionare secondo delle concrete visioni del mondo? sennò la sua presenza qui è solo fastidiosa.”

“Principe” interviene Berthier, “voi sembra lo facciate apposta a provocare l’ira dell’imperatore! La corona ce l’ha e il favore celeste è ben palese se tanti cosiddetti ‘sovrani per volere di Dio’ la corona la stanno perdendo.”

“Io realisticamente sto parlando” si difende Talleyrand, “non a titolo personale, per esempio per ricordare che anche il mio Pèrigord era un tempo un territorio sovrano.”

“Non lo vuole ricordare, Berthier!”

“Sire” continua il principe di Benevento senza raccogliere l’ironia, “l’imperatore russo è umiliato da tante sconfitte. Dopo quella di Friedland gli regalate anche delle province… Si è sentito un vostro soggetto. Questo volevo dire.”

“Ho capito! Ho capito! Principe, torniamo a noi?: il tempo è sempre poco e le cose da fare tante.

Sii gentile, Charles Maurice, dammi qualche suggerimento circa queste ultime risultanze.”

“Certo, sire. Io vedo che, tolta la Russia e la Spagna, tutti gli altri territori danno un giudizio globalmente positivo accettando di buon grado l’egemonia francese.

Dànzica è tutta favorevole e anche i regni limitrofi allo zar ci danno voti lusinghieri” e il diplomatico inquadra i risultati sul prospetto seguendo righe e colonne. “La Prussia sembra non desideri altro che essere annessa alla Grande Francia. La Vestfalia, con vostro fratello Gerolamo, si sente già tutta napoleonica a leggere i pareri espressi. La Sassonia dà una sola insufficienza, in ‘Libertà di stampa’; il granducato di Varsavia ne dà due, in ‘Giustizia sociale’ e ‘Tolleranza religiosa’.

Solo Spagna e Russia danno dappertutto giudizi antifrancesi.

Da queste informazioni, interpretate correttamente, direi, sire, che il vostro Impero può continuare a espandersi.”

“Berthier” tituba Napoleone, “sottomessi completamente gli Spagnoli pensi sia possibile intendersi con i Russi?”

“Con un buon lavorio diplomatico è molto probabile: credo ne abbiano abbastanza di buscarne. Comunque dovrebbe essere Talleyrand a esprimersi dato che è il suo campo.

A mio parere, sire, evitiamo altri conflitti: le coalizioni contro la Francia diventano sempre più forti.”

“Talleyrand?” interpella l’imperatore.

“Sire, sono quei giudizi che guastano la positività della pagella e che vi tolgono il buonumore. Questo si capisce.

Io non dovrei dare suggerimenti militari che sono competenza più del maresciallo Berthier; però ci provo finchè non mi toglierete la parola.

Lo zar Alessandro vi odia e non riconoscerà mai una vostra predominanza. La potrete ottenere solo con la guerra subentrandogli nel dominio di quelle lande.

La Russia può disporre di forze demoralizzate per un massimo di 200.000 uomini. La Francia ne può armare 600.000, e ha la nomea di essere imbattibile. Questo è il momento di picchiare!

Nelle alleanze schierate contro di noi i russi c’erano sempre. Tolti di mezzo loro quale coalizione ci potrà affrontare?”

“Lo vedi, Berthier, che il nostro ex vescovo non è il mollusco cacasotto che credevo? E non è neanche tanto stupido: ha capito in che maniera si cambiano i voti su questo prospetto e come si rendono conformi le opinioni.”

Il padrone osserva compiaciuto Talleyrand sorridere ossequioso ma, purtroppo per lui, non può penetrare nell’animo di quel suddito così ben plasmato, nè fra i pensieri che si agitano in quella testa china:

‘Intanto per almeno un anno non subirò lo strazio di doverti riverire, artigliere zoticone. Vai pure, vai nelle pianure orientali, Bonaparte, brigante pervenuto ad altezze eccessive anche per un gigante, figuriamoci per un ometto calvo e adiposo. Prova a sfamare tanta truppa in quelle steppe, prova a vestirla e ripararla dal gelo, quando l’estate, già a settembre, comincia a dileguare. È vero che i russi sono deboli; ma, se collaborati dal gelo e dalle distanze dovessero vincere, come potrei mai finire sotto un sovrano più grossier di questo? D’altronde, non voglia il Cielo, il nostro beneamato Imperatore dei Francesi tornasse vincitore, chi lo ha avviato verso questa nuova gloria? Non te lo auguro ma lo vedi, Charles Maurice, che anche così potrebbe andarti bene?’

 

Marco Marchetta

 

 

 

L’ ANTÌDOTO

(61 a.C.)

 

“Per essere protetto contro le prepotenze di Lucullo” enfatizzava Mètrone di Olinto “a chi ricorrere se non a Pompeo il Grande?”

“Ti ringrazio” si compiacque il condottiero. “Mi spieghi perchè ce l’ha con te? Non certo per xenofobia: fra i suoi clienti ha molti greci e stranieri in genere e a casa sua si professano tre diverse religioni.”

“Grande Pompeo, ti spiego: mi convocò e mi parlò di Mitridate, re del Ponto Eusino; lui l’aveva combattuto prima che t’incaricassi tu di eliminarlo, o Grande.”

“Sì, Mètrone, so bene quel che ti disse: ‘non è possibile intossicarlo; non funziona alcun veleno su di lui’, è questo?”

“Pompeo, sei Grande anche nell’anticipare i pensieri.

Lucullo voleva che lo rendessi immune ai veleni come lo era quel re e mi offrì una cifra enorme perchè gli preparassi un antìdoto con tale efficacia.

O potente, non c’è un medicamento simile, te lo posso dire da medico. Seppure fosse esistito Mitridate e io non eravamo tanto intimi da confidarci certi segreti.”

“Tu conoscevi il re?”

“Ma certo che no, Grande Pompeo. Voi romani, oltre Brindisi, vedete l’Oriente come se fosse un unico abitato. Dalla mia città sull’Egeo, il Ponto era più lontano di Roma. Stavo solo scherzando, o Grande.”

“Concludo io, Mètrone. Tu hai preso quella cifra da Lucullo e gli hai fornito delle fiale di antiveleno. Dato che lui avrebbe potuto sperimentarlo su animali o schiavi, gli dicesti che era stato studiato in base ai liquidi personali suoi e della moglie di cui era innamoratissimo; bisognava poi si snocciolassero preghiere a Giove, Minerva ed Esculapio per unire gli effetti materiali del preparato a quelli salvifici dello spirito.”

“Sì, o Grande. Vedo che ti ha detto tutto.

Che potevo fare? Lui insisteva. Ho pensato che, se malauguratamente fosse stato avvelenato si sarebbe rasserenato appellandosi agli Dei, morendo in pace. Io non avrei potuto salvarlo in alcun modo.”

“E non avrebbe avuto possibilità di vendicarsi della beffa.”

“Sì, è così, Grandissimo Pompeo; ma, beffa poi… Proteggimi dalla sua vendetta, ti prego.

Non certo per simili emergenze, mai gli Dei vogliano questo, ma saprò ben salvarti la vita in altre circostanze.”

“Lucullo è mio amico, Mètrone, più di quanto potresti mai esserlo tu; chi ti ha detto il contrario ti ha informato male.

Io ho tanti medici, greci e non, e sono tutti meno ciarlatani di te.

Non uscirai vivo da questa casa, Mètrone, se non provando la validità della tua pozione.”

“Pompeo!” strillò quello terrorizzato, “non puoi dire sul serio. Io non sono un qualsiasi schiavo e neppure un liberto.”

“Dimentichi che sono il Grande? l’unico in Roma?

Lucullo, scoperta le sua Terenzia in adulterio le fece bere il veleno, lo stesso che è dentro questa coppa. Volendo perdonarla le diede l’antìdoto e pregarono gli Dei che indicasti fino a quando lei morì.” Lanciò un’occhiata a Lucio Licinio Lucullo chiamato e accorso per l’occasione e che faceva capolino da una tenda. “Ho detto giusto, amico mio?”

“Tutto bene, fratello” concordò il sopraggiunto. “Continua che me la godo un mondo.”

A te andrà meglio” riprese il padrone di casa col medico, “perchè le cose le conosci a fondo; non sei ignorante come lo siamo noi.

Qui il veleno e qui l’antìdoto ancora come tu lo sigillasti, grèculo infame. Bevi, allora, e facci vedere come funziona! Se non farai da te i miei servi ti aiuteranno a modo loro.”

“Mi sono messo proprio in buone mani” borbottò Mètrone e mandò giù il veleno.

Restarono a guardarlo mentre agonizzava.

“Povera Terenzia” mormorò Lucullo. “Scelsi per te una morte ben dolorosa.”

Prima della fine Mètrone riuscì a rantolare:

“Pompeo … il Grande … pezzo … di merdaaa… .”

 

Marco Marchetta

 

(Grazie e grazie, amiche e amici. Vi do appuntamento al prossimo sabato, 7 aprile, con altre storie)

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7 Commenti
  1. Ketty Smile 2 settimane fa

    Storie belle davvero, soprattutto La Pagella

  2. DolceMia 2 settimane fa

    Semplicemente unico

  3. GiuliaBianchi 2 settimane fa

    Marco sei super

  4. EnzaMolonaro 2 settimane fa

    Tra i tre il più bello è l’antidoto

  5. Terryte 2 settimane fa

    Che bello leggerti

  6. MillyCarbone 2 settimane fa

    Eccezionale

  7. Autore
    MarcoMarchetta 2 settimane fa

    Grazie.

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