IL CRONISTORICO – 7

Berenice   (55 a.C.)

 

Non saprei dir bene se fra quest’uomo e questa donna sono più le cose che li accomunano o quelle che li dividono: padre e figlia, re e regina, amanti com’è consueto nella famiglia faraonica e con un trono conteso fra loro.

“Tauptah” mi interpella il mio re, il dodicesimo Tolomeo della stirpe làgide di Macedonia detto anche Neo Diòniso Aulete, “cosa faresti alla regina Berenice se ti avesse usurpato il trono e, in più, ti avesse costretto a errare braccato per tre anni?”

“Divino Tolomeo” si intromette lei col terrore della morte nella voce, “non fui io a scacciarti ma gli alessandrini in rivolta!”

“Taci!” prorompe il re. “Tauptah!”

“Mio divino signore” cerco di esaudirlo sicuro di interpretare il giusto furore del sovrano e ben attento a non sollevare il ginocchio dal cuscino cerimoniale, “se non fosse mia figlia le darei atroci tormenti prima di lasciarla morire. Se lo fosse mi contenterei di saperla segregata a vita sotto la sorveglianza delle adoratrici di Amon.”

“Come tutti i Gran Sacerdoti sei saggio, Tauptah. Per non sbagliare a questo triste esponente della mia discendenza commineremo la morte senza sofferenza.”

“Padre!” grida Berenice sconvolta, “non puoi dire sul serio! La segregazione è già un morire.”

“Viperetta più falsa dell’oro fenicio! Parli tu che hai sobillato la rivolta in Alessandria! Lo sanno tutti. Tu che hai eliminato Cleopatra Trifena.”

“Era lei che ti aveva usurpato il trono, tua figlia come me.”

“È vero e te ne rendo merito: era più velenosa di te. Ma quando l’hai giustiziata hai restituito a me il mio legittimo trono? No, è vero? Il trono lo hai occupato con i tuoi mariti: il primo, Selèuco Cibiosatte, non lo hai fatto uccidere per impalmare Archelao di Comana? A quanti come a quello hai fatto mancare la tua pietà?”

“Loro possono morire, io no! Io ti sono figlia, con sangue divino nelle vene.”

“Fra poco vedremo come ruscellerà divinamente mentre ti dissangui.”

“Ti ho dato godimento fra queste braccia: da che ho memoria ti sei sempre dilettato con le mie membra infantili. Lo ricordi almeno?”

“No, e sono migliaia le donne con le quali ho goduto e che ho dimenticato.

Tra pochi istanti morrai. È quanto meriti!”

“Sei sempre stato uno schifoso, un molle debosciato, se vuoi saperlo, Tolomeo dei miei escrementi. Sappi che la tua vicinanza mi suscitatava inevitabilmente il vomito e gli stessi stimoli dei sensi che zappare in un campo. Mi spiace solo vederti vivere più di me.”

Seguo, molto colpito da queste impennate e curioso dell’imminente epilogo.

“Tauptah” mi si rivolge, gelido, il faraone, “la regina Berenice mi ha suggerito che è ingiusto privarla così repentinamente della gradita vicinanza di suo padre.

Le toglieremo le dita, le orecchie, il naso, le labbra, i seni, gli occhi, gli arti e così via e starai bene attento a tenerla viva, cosciente e furiosa come adesso. La lingua gliela leveremo il più tardi possibile. Convoca allo scopo tutti i medici più valenti.

Come inizio le taglieranno i pollici e gli alluci e le successive amputazioni volta a volta non appena potrà sopportarle, secondo il loro consiglio. Dovranno essere buoni conoscitori degli unguenti specifici, cauterizzazioni e cuciture di ferite, oltre che dei rinvigorenti per tenerla in forze.

Lo vedi quanto ci tengo a te, figlia mia? E io, da amoroso genitore, ti seguirò da vicino ben attento a tutto ciò che ti succede, spero ancora per molto, molto tempo.”

E così il mio signore ha finito per seguire il mio consiglio nella sua peggiore ipotesi.

Adesso so che i due hanno moltissimo in comune: tale figlia, tale padre.

 

Marco Marchetta

 

 

Vichinghi   (892)

 

Era un buon pirata Hrolf e gradiva il sangue che scorre; se era sangue franco tanto meglio.

Con uno buon numero di drakkar aveva portato tanti suoi guerrieri su di una costa a meridione manifestando a tutti i capitani il proposito di stabilirsi lì. Era un buon  posto come base per delle scorrerie sempre più addentro nelle terre dei Franchi. Furono tutti entusiasti all’idea di lasciare per sempre le desolate e uggiose lande nordiche, apportatrici solo di disagi, malanni e carestie.

Ad Haakon e Magnus, due dei suoi fidi, sembrò del tutto immotivato il colpo d’ascia che il capo sferrò all’improvviso a un contadino. Fermandosi a osservarne le viscere sparse gli chiesero:

“Perchè l’hai fatto?”

“Gente” rispose ridendo, “non vi riconosco più. Per Wotan, ma ci deve essere un motivo per sbudellare un franco?”

Quelli lo guardavano senza disapprovare però nemmeno fecero eco alle risate. Hrolf si incupì.

“Beh” riprese, “un motivo c’era. Questa gente non riesce a chiamarmi correttamente: sono Robèr, o Rollòn per loro e così nessuno ricorderà le mie gesta.” Si mise a urlare ai vivi e ai pochi morti lì stesi. “È Hrolf il padrone della vostra vita e della vostra morte, capito? Hrolf si prende tutto quello che avete: ricchezze, terra, bestie e donne; capito? Solo Hrolf, con i suoi Uomini del Nord, Hrolf, non Rollòn, non Robèr.”

Visto l’effetto terrifico risultante al suo vociare in latino chiese ai compagni:

“Che avevo comandato prima di salpare?”

” ‘Non lasciate nessun uomo in vita…” ripetè Magnus rifacendo il tono di Hrolf, “… ammazzate tutti’. Questo hai detto.”

“E allora, perchè non vengo obbedito?”

“Se guardi me” fece Haakon, “io mi sono preso due donne. Voglio foxxxre quanto più posso, prima che Wotan mi richiami nel Walhalla. E, ragiona, Hrolf: se alla femmina uccidi i parenti non foxxxno con gusto.”

“E quindi, ecco perchè nessuno mi sta a sentire.”

“Pensa, Hrolf” ribadì l’altro, “se ammazzi tutti chi può parlare di te, comunque ti vogliano chiamare? Se non ci sono più contadini chi coltiverà la terra per noi? Se uccidi i preti, i sapienti e così via non ci sarà più nessuno capace di far qualcosa: dovremo lavorare noi quando non ci sarà più niente da saccheggiare?”

“Lo sapevo che eri un tenero, Magnus. Stai diventando come i Franchi; vedrai che diventeremo tutti molli e cristiani come loro, rispettosi dei comandamenti e prenderemo anche i loro nomi.

Gente! Voi, franchi!” urlò in latino come prima. “Stavo scherzando: io sono Rollòn, Rollòn, capito?”

Hrolf non riuscendo a mettere insieme obiezioni valide alle opinioni dei due capitani aveva preferito assumere un atteggiamento conciliante. Inoltre aveva il presentimento di non avere esagerato nel parlare, di aver pronunciato una specie di profezia.

Era troppo difficile prevedere se ciò sarebbe stato bene o male per il glorioso popolo vichingo, i tremendi Uomini del Nord. Però, al momento, non poteva lasciare gli amici col loro punto così, senza che ciò fosse anche per sua volontà. Sorridendo berciò:

“Ricordatevi, per le prossime scorribande, che il nuovo comandamento per tutti quelli che vogliono seguirmi è: ‘Non ammazzare più! … Neanche i Franchi’.”

 

Marco Marchetta

 

(Grazie a chi gradisce. Vi do appuntamento al prossimo sabato, 14 aprile, con altre storie)

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6 Commenti
  1. Ketty Smile 2 settimane fa

    Che belle storie da leggere

  2. DolceMia 2 settimane fa

    Grande Marco

  3. EnzaMolonaro 2 settimane fa

    Sempre fenomenale

  4. GiuliaBianchi 2 settimane fa

    👌👌👌

  5. Terryte 2 settimane fa

    Bravissimo come le racconti

  6. MillyCarbone 2 settimane fa

    Grande veramente

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