IL CRONISTORICO – 8

Boleslao

(1138)

 

Il grande Boccatorta, il terzo Boleslao di Polonia, è agonizzante.

In quello stato i quattro figli al suo capezzale stentano a capire quel che dice dimenticando quasi che il modo di tenere le labbra piegate da un lato l’ha avuto sempre.

“Ragazzi miei” biascica a fatica, “come avete sentito, ho giurato nelle mani del vescovo Ottone di Bamberga che non comanderò più nulla; se lo facessi mi si neghi in perpetuo la Divina Grazia.

Garantiti da questo, e ora che nessuno ci sente, voglio che mi diciate solo la verità, solo quello che avete in animo senza infingimenti.

Comincia tu, Sigismondo, che sei il più giovane. La Pomerania farà parte del tuo ducato. Consideri una buona cosa che l’abbia cristianizzata?”

“Se devo essere sincero, padre mio, la considero una cosa deleteria. Sarebbe stato comodo attingere schiavi in quelle lande pagane. Ora ogni lavorante vorrà essere pagato.”

“Capisco. Mi dispiace di averti scontentato.

E tu, Casimiro, dimmi se anche tu mi condanni per avere eliminato mio fratello Zbigniew quando presi il trono. Se non lo avessi fatto tu non saresti figlio di re.”

“Sarei stato comunque un nobile reale, padre mio. Mi dispiace ma mi sono sentito sempre figlio di un assassino usurpatore.

Perdonami ma mi hai chiesto tu di dire il vero.”

“Ed io te ne rendo merito.

Dimmi tu, Ladislao, secondogenito mio. Ho fatto bene a muover guerra a Enrico Quinto? Gli imperatori di Germania sono sempre stati nemici dei Polacchi.”

“Eppure lui a te non aveva fatto niente e niente hai guadagnato a fargli guerra. Fra lui, vicino e pericoloso, e il papa, lontano e inutile, tu hai scelto quest’ultimo come alleato. A me sembra una politica molto miope. Scusami, padre, ma la penso così.”

“Ho voluto io questa schiettezza, non scusarti.

E ora a te, Mieszko. Come sai ho diviso il mio regno in quattro ducati ereditari con te nominalmente sovrano di tutto. Scommetto che non consideri equa questa mia decisione.”

“Hai proprio vinto! … Bravo padre! E non mi scuso neanche nel dirti che sono indignato e schifato!”

“Mi spiace, caro figlio, ma non posso più comandare niente per rimediare seppur volessi.”

“Mi auguro che tu soffra molto ancora prima di crepare. Da che mondo è mondo il primogenito del re è il principe ereditario e nasce come nuovo re quando il vecchio muore!”

Il morente sbava dalla stortura, ma riesce a esternare, amareggiato:

“Mi fa tanto piacere di non poter decidere nei vostri confronti, figli. Pensate voi da soli alla vostra rovina. Con l’approssimarsi della fine presagisco ciò che vi succederà: vi scannerete per restare soli sul trono e i nemici ne approfitteranno per prendersela loro la nostra bella terra.”

Nel frattempo, i novelli duchi, stanchi di interpretare quanto bisbiglia quella bocca deforme hanno perso ogni interesse verso il sofferente e lo hanno lasciato solo.

 

Marco Marchetta

 

 

Melisenda

(1144 / 1148)

 

Rainulfo d’Angiò impallidisce e mette istintivamente la mano allo spadone come gli è capitato di fare spesso contro le squadracce di Nur-al-Din.

La regina dopo gli insulti continua imperterrita:

“Si può sapere chi ti ha dato il permesso di gridare: ‘Viva Baldovino, il nuovo re!’?”

“Cugina, di che permesso parli? Il nostro re è morto e il suo legittimo primogenito gli succede.”

“Rainulfo, tu mi stai sfidando. Vuoi uno scontro con me?”

“No, regina.” Rainulfo sa che i suoi pochi scherani sarebbero in inferiorità contro quelli di Melisenda. “Nelle nostre terre di Francia si assurge al trono fin da neonati. O mi sbaglio?”

“Siamo in Terra Santa, cugino.

Ti voglio ricordare che Folco Quinto il Giovane, divenne re di Gerusalemme in quanto era associato a me sul trono. Ero io la figlia di Baldovino Secondo, il re defunto, e quindi legittima regina. Folco era mio marito e condivideva il mio trono. Lui è morto ma io no. Il trono non è libero ma occupato legittimamente da me.

Mettiti l’anima in pace tu e chiunque vorrebbe che fosse mio figlio a regnare. E sappiate che non mi rassegnerei a fare da reggente a quel moccioso quattordicenne. Regnerà solo quando sarò morta!”

 

Il diciassettenne Baldovino III è stanco di assediare la Città Santa dove la madre si è rinchiusa. Ha chiesto un incontro di riappacificazione.

Presso la Porta dei Pellegrini,  con due cavalieri ai fianchi di ciascuno e le distanze di sicurezza rispettate, mamma e figlio si guardano in cagnesco.

“Melisenda!” grida irato il giovane.

“Basta così! Te ne puoi andare” lo interrompe lei. “Per te sono ‘Mia regina’, ‘Mia sovrana’ o ‘Padrona della mia vita’. Solo nella più stretta riservatezza ti concederei, forse, di appellarmi ‘Madre mia’.”

“Io non ti chiamerò altro che ‘Arpìa’ e ‘Strega’!

Sto qui per importi di restituirmi il mio legittimo regno! Se lo farai adesso sarai rinchiusa in convento con la vita salva.”

“Sei prepotente come lo era stato tuo padre Folco. Fortunatamente lui è crepato e io ho avuto la scuola e i mezzi per organizzarmi in modo da non avere più padroni.

Se vorrai avere tu un posto al mio fianco, sotto la mia protezione, vieni con me dentro le mura.”

“No, Melisenda che non sei altro. Non vedrei mai il sole di domani.”

“Se sei convinto di questo, allora vattene, imberbe impudente! Avrei dovuto strozzarti appena nato!”

“E io ti prometto che appena potrò ti mangerò quell’oggetto inutile che ti batte in petto.

Per il momento vivrai ancora e libera da noi. Nur-al-Din si avvicina con un esercito enorme. Sarà lui a continuare l’assedio al posto nostro.”

 

Melisenda, tradita, è in catene, sporca e affranta per la perdita del potere.

Baldovino e i suoi fidi la osservano dall’alto di una scalinata, godendo.

“Mio re” fa Rainulfo, “dammi l’ordine e ti porgerò il suo cuore.”

“No, zio; è poco” decide l’ancor giovane sovrano. “Voglio un’altra vendetta. Apparentemente Melisenda avrà il tuo feudo, Naplusa. In realtà sarai tu solo a comandare. Lei avrà rispetto e obbedienza, ma sarà tutto una finzione. I suoi comandi, le sue decisioni e le sue richieste, con mille modi astuti che saprai studiare, saranno sempre elusi e non riuscirà mai a ottenere ciò che le serve e che desidera. Dovrai raccontarmi tutto, naturalmente.”

“Lascia fare a me, nipote. Ti ho capito: la signora di Naplusa, senza che possa farci niente, subirà tanti di quei dispetti e umiliazioni che il cuore glielo divorerà la sua stessa rabbia.”

“E, in un modo o nell’altro, la promessa l’avrò mantenuta.”

 

Marco Marchetta

 

(Ringrazio chi legge e gradisce. Vi do appuntamento al prossimo sabato, 21 aprile, con altre storie)

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5 Commenti
  1. DolceMia 7 giorni fa

    Ottimo Marco

  2. GiuliaBianchi 7 giorni fa

    Bello e bravo

  3. EnzaMolonaro 7 giorni fa

    Troppo belle le tue storie

  4. MillyCarbone 7 giorni fa

    A sabato prossimo allora

  5. Terryte 7 giorni fa

    Sei uno dei miei scrittori preferirei

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