IL CRONISTORICO – 9

LA  DINASTIA

(1580)

 

Alfonso II della Casa d’Este è nel manicomio di Sant’Anna per visitare quel poeta maledetto. Vuole entrare da solo in quella tetra cella infestata dagli scarafaggi.

Uno degli accompagnatori lo mette in guardia:

“Duca, questo tale è pericoloso. Sapete bene che a palazzo per poco non ammazzò un servo a stilettate.”

“Non vi preoccupate. Lo stiletto ce l’ho io, non lui e se tenta qualcosa sarò io a ucciderlo.”

Quando la porta gli si chiude alle spalle vede subito il matto seduto sopra il pagliericcio.

“Messer Tasso, perchè vi comportate così?” domanda subito.

“Cosa vuoi, Alfonsetto? Perchè non cerchi qualche altra donna da ingravidare?”

“Bel sarcasmo, ser Tasso; davvero difficile … da concepire. Da poeta dovreste far di meglio.

Voi siete proprio l’opposto di un tipo amabile e non so proprio come facciano le donne ad ammirarvi tanto.

A qualcuno del mio seguito ho detto di esser pronto a darvi la morte. Lo farò se continuerete a prendervi delle libertà con me.”

“Davvero, Alfonsuccio? Io non rispetto chi da più di trent’anni fa con tutte le femmine del ducato senza ricavarci nemmeno l’ombra di un erede.”

“No, non ve la do la stilettata: se ne avete abbastanza della vita toglietevela da solo. Ma siete troppo devoto per farlo: non volete lasciare un inferno per trovarne un altro peggiore.

E va bene, caro Torquato, a tu per tu allora.

Tu non sei pazzo, sei solo insofferente dei privilegi altrui e stanco di un’esistenza che non può offrirti di più. Questa malasorte la devi a quel Signore più in alto di tutti i signori. Ma a quello non manchi di rispetto, è vero? Non lo incolpi di averti fatto nascere Tasso e non Este.”

Il poeta lo osserva, sorridente e silenzioso.

“Come vedi” continua il duca, “ho anch’io il brutto vizio di sputare verità in faccia a chi non le vuole sentire.

Giusto per tua scienza quello che nessuno immagina e che i medici cercano invano di far capire agli ignoranti è che l’uomo può essere efficentissimo e potente nel fare il maschio e non fornire seme atto a procreare.

Sì, Torquato, è il mio caso: sono sterile come sono sterili le donne qualche volta. Ma tutte quelle che ho amato sanno in cuor loro che sono più che capace di condurre le schermaglie amorose fra le coltri.

Puoi crederci o meno ma è così. Non so neanche perchè ho voluto dirtelo.”

“Lo so io, messer duca. Sono stato pessimo con voi e vi chiedo perdono anche se so che da qui dentro non uscirò mai vivo. Per questo mi avete dato confidenza.”

“Sarà così.”

“Duca, sapete che farei al vostro posto? La vostra terza duchessa, madonna Margherita, la farei ingravidare da qualcun altro.”

“Per mandare avanti la dinastia?”

“E certo, signor mio. Le malelingue lasciatele dire; potranno solo mormorare perchè non tutti vogliono finire a Sant’Anna come me.”

“No, mai! Chi governerà Ferrara sarà un Este; mio cugino Cesare probabilmente.

Comunque, messer Torquato, voi meritate qualcosa di meglio di questo buco lercio. Resterete matto per tutti ma alloggiato decorosamente. Avrete da leggere e scrivere e chi vorrà potrà visitarvi.”

“Grazie, messer duca.

Sentite questa che, forse, se sarete soddisfatto mi libererete del tutto.

Date a madonna Margherita una pancia finta sempre più grossa come fosse la sua che si rigonfia per la gravidanza. Quando sarà il momento di partorire fatele avere un maschietto appena nato, fatto da una sconosciuta.

Ragionateci, signor mio. Per continuare la dinastia si dovrebbe fare questo e altro. Chi vi dice, signor duca, che ciò non si stia già facendo in tante altre grandi famiglie?”

“E bravo il mio poeta! Abile nel tessere trame immaginifiche non solo per la ‘Gerusalemme Liberata’. Politica spietata e sognante poesia, che improbabile abbinamento, possibile solo in una testa matta per davvero. Padre Dante vi avrebbe messo nella bolgia dei consiglieri fraudolenti.

Spiacente, messer Tasso; resterete in vincoli seppure meglio di come state adesso.

Mi avete prospettato due tipi di figlio: il primo, almeno, avrebbe nelle vene sangue nobile a metà; il secondo neanche una goccia anche se l’onorabilità della consorte sarebbe salva.

Voglio dirvi questo prima di lasciarvi. Io do grande importanza al retaggio trasmessomi dai miei ascendenti con il loro sangue e che il sangue non sia acqua l’ha detto chi aveva più saggezza di noi. Solo con la certezza di tale migliore qualità che mi sta dentro posso sentirmi adatto a dominare il mio popolo senza sentirmi un usurpatore di tale ruolo.

I discendenti devono avere nobiltà e dignità insite in loro in derivazione di una giusta nascita per rendere indiscutibili i privilegi di cui godono e a cui hanno diritto. Un mio figlio, come voi suggerite, godrebbe delle prerogative del suo rango, ma grazie a quale sangue?

 

Marco Marchetta

 

 

IL  TRIBUNO

(122 a.C.)

 

“A chi lo devi se quest’anno il popolo ti ha eletto?”

“A te, Gracco. Ma quante volte ti devo ringraziare?” gli rispose  Marco Druso senza mascherare l’esasperazione. “Comunque se ti candidi nuovamente al tribunato non ti spalleggerò più. E questa è una certezza per quanta gratitudine ti porti.”

Il paesaggio africano attorno a loro era verde e accogliente. Lì era sorta Cartagine e presso quelle gloriose rovine stava sorgendo Iunonia, il nuovo insediamento per i coloni romani.

Caio tentò ancora:

“Marco, siamo sempre stati amici. Ti prego, non farmi mancare il tuo appoggio: il mio compito non è concluso. Fallo per il popolo se non per me.”

“Credi che il popolo voglia un re che lo governi, Caio?”

Gracco afferrò la tunica di Druso a due mani e lo scosse.

“Riprendi la tua nave, Druso, prima che ponga mano al gladio! Ho capito che se mi restano amici come te sono bell’e finito.”

Marco si ricompose e, pallido di rabbia, gridò:

“Sei tribuno da due anni, Caio. Un terzo tribunato equivarrebbe al trono e questo non lo sopporterei neanche se fossi mio fratello.

Ti voglio bene e ho viaggiato fin qui per metterti in guardia: a Roma ti uccideranno come fecero con tuo fratello.”

“Stai tranquillo e sicuro che non c’e nessuno che possa odiare regni e dispotismi più di me. E circa il mio povero Tiberio, Scipione Nàsica è morto, lo sai?”

“Certo, ma è vivo Opimio e tanti altri che ti farebbero la pelle volentieri.”

“Erano altri tempi allora: Tiberio non aveva lo stesso appoggio che ho io dai cavalieri e dalla plebe. Il grosso del popolo, se è unito, non sarà mai vinto!”

“Se è unito, l’hai detto tu. Ma credi sia difficile dividere il popolo?”

“E come? La gente non capisce che sto migliorando la loro situazione contro gli ottimati che lo opprimono? Non sto fondando, forse, colonie come questa per loro? Sanno che lo faccio per distribuire terre da coltivare.”

“Caio” commentò Druso amaramente, “sei un patrizio anche tu. Il popolo ti sfutterà quanto più può e poi ti volterà le spalle attratto da chi lo pagherà, lo sfamerà e lo suggestionerà meglio. E ciò vale anche per i cavalieri.

Potresti continuare a svolgere la tua opera solo se ti si dimostrasse riconoscenza fino a dar la vita per te. Guarda me, Caio: pensi che disattenderei le tue richieste se non avessi paura che potresti togliere a Roma la libertà? Tale paura si spargerà fra tutti i cittadini, nessuno dei quali ti è amico come me, non appena un oratore come Opimio ne parlerà.

E dirà dell’altro. Credi che l’aver dato la cittadinanza ai latini vada a vantaggio dei romani? Roma e Lazio sono sempre stati avversi. E fondare una colonia sui resti maledetti di Cartagine non sarà presentato come un sacrilegio da chi ti vuole male?”

I due tribuni restarono per un po’ immobili e in silenzio.

“Guardati le spalle, Gracco” concluse Marco.

Con l’addio di Druso, Caio si sentì come scivolare sempre più precipitosamente senza intravedere alcun appiglio.

 

Marco Marchetta

 

(Ringrazio chi legge e gradisce. Vi do appuntamento al prossimo sabato, 28 aprile, con altre storie)

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