Erano oramai giorni che la montagna non rispondeva più ai suoi richiami. Goffredo, mentre indicava in direzione nord, chiese al padre: “Perché non mi risponde più?”

“Dipenderà dal vento. Sono giorni che soffia in direzione della montagna e poi, cosa da non sottovalutare, secondo me non urli più forte quanto prima” il padre gli diede un buffetto sulla guancia sorridendo. Il ragazzo raccolse quanto più fiato potè e lanciò un urlo misto a disperazione. Niente, la montagna di fronte non rispose neanche quella volta. Non riusciva a capacitarsi del perché.

“Papà, mi accompagni fin lassù? Voglio andare a vedere cosa succede.”

“Non posso Fredo. Devo finire di preparare la legna da portare alla signora Betulla entro questa sera.”

“Posso andare da solo a controllare?”

“Se vuoi puoi scendere giù a valle, ma non oltrepassare il fiume. Il nonno dice sempre che sulla montagna di fronte accadono cose strane.”

Goffredo si preparò, mise la borraccia e due panini nella borsa a tracolla e cominciò la discesa. Il sentiero lo conosceva bene perché d’estate andava spesso a tuffarsi nel laghetto che si era formato proprio sotto la cascata davanti a casa sua. Nel giro di un quarto d’ora arrivò in fondo alla valle e girandosi, vide suo padre vicino alla casa che lo salutava con la mano. Rispose con un gesto e cominciò a percorrere il fiume nel verso della corrente. Sulla destra cominciarono ad addensarsi dei nuvoloni scuri, mentre dalla parte opposta poteva ancora scorgere qualche tegola del tetto della sua casa, rischiarata dalla luce del sole. La situazione era surreale.

Avanzò ancora qualche passo e percorse metà del ponte di legno che univa le due rive. Nell’acqua vide alcuni pesci che lo stavano guardando. Un leggero movimento della coda li faceva stare immobili. Oramai la nebbia lo aveva raggiunto e avvolto; non riusciva a vedere bene dove poggiava i piedi, così cominciò a salire il crinale opposto, avanzando a volte carponi, facendo presa sulle rocce che affioravano dal terreno. Dopo solo tre minuti di salita la nebbia si diradò e davanti ai suoi occhi apparve un piccolo villaggio con le case alte solamente un paio di metri. Le strade erano talmente piccole che riusciva a passare soltanto avanzando di traverso.

Dopo qualche incrocio giunse in una piazza dove tanti gnomi discutevano animatamente. Goffredo rimase estasiato a guardare queste piccole creature tutte sedute sulle proprie panchette. Da una piccola pedana rialzata, lo gnomo che sembrava il più anziano, stava parlando di qualche questione che sembrava davvero molto importante.

“Secondo me, dovremmo riprendere a rispondere alle persone che intonano i propri canti. Io, in duecento anni, non ho mai assistito ad uno sciopero tale.”

Si sentirono mormorii crescere sempre di più, fino a quando lo gnomo sulla pedano alzò una mano e continuò “Vi ripeto che gli umani non sanno di noi e credono di sentire riflessa la propria voce.”

Goffredo vide uno gnomo vestito a scacchi verdi e bianchi agitarsi in fondo alla piazza e alzarsi di scatto “non è vero. Lucilla, la bambina che abita a Poggio Fiorito, mi conosce. Abbiamo parlato un sacco di volte e le ho ben spiegato qual é il nostro ruolo.”

“Caranthir, i bambini sono un caso a parte. Sono gli unici che possono vederci, che credono in noi ed è proprio per loro che dovremmo ricominciare a cantare” disse lo gnomo più anziano.

Ci fu un lungo mormorio, chi rimaneva dell’idea di continuare a scioperare e chi voleva invece tornare subito a rispondere agli uomini. Fu nuovamente il piccolo Caranthir a parlare, questa volta, con tono più sommesso: “perché gli uomini non credono ai propri bambini? Ho sentito io stesso Lucilla parlarne con suo papà!”

Lo gnomo anziano avanzò tra le panche soppesando bene le parole “i grandi attribuiscono queste storie dei bambini alla loro fantasia. Perché non provate a chiedere al nostro giovane amico la situazione nel suo mondo?” aggiunse indicando Goffredo.

Tutti si voltarono a guardare il ragazzo che fino ad allora nessuno aveva notato. La piazza piombò nel silenzio più totale, i più sgomitarono l’un l’altro.

Goffredo avanzò timidamente e raccontò che in effetti né il padre né il nonno gli avevano mai parlato di loro e che pensavano che il suono rimbalzasse indietro contro le rocce. Infine aggiunse la sua preoccupazione nel non sentire più l’eco in risposta.

Gli gnomi si guardarono parlottando tra loro.

“A me piacerebbe molto risentirvi cantare. Amo sentire le vostre voci” continuò Goffredo rosso in volto.

Lo gnomo più anziano scrutò uno ad uno i volti degli amici. “Ne parleremo e ti prometto che farò tutto il possibile per far cambiare idea a questi testoni.”

Il ragazzo salutò, diede un ultimo sguardo intorno e s’incamminò lentamente verso casa; chissà se suo papà avrebbe mai creduto a questa storia. Giunto al ponte di legno notò che le nuvole si erano diradate. Riuscì a scorgere la propria casa in lontananza e vide suo padre che stava ancora preparando la legna. Raccolse il fiato e gridò “Papà, mi senti?” Dopo un paio di secondi si levò alle sue spalle un suono. “Mi senti, senti , ‘nti.” Suo padre si girò verso di lui e indicò con meraviglia la montagna di fronte.

Goffredo non riuscì a trattenere una risata fragorosa e cominciò la salita verso casa.

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