Poetariato

Poetariato come precariato ma poetico dei sentimenti.

“Con il termine precariato si intende l’insieme dei soggetti lavoratori, che vivono una generale condizione lavorativa di incertezza”.
Perché allora l’amore cos’è? se non quella condizione di perenne incertezza che ci fa stare sulle spine o ci fa soffrire e non dormire la notte. Se non fosse così l’amore non si chiamerebbe amore o non sarebbe precario. Forse lo è sempre stato. Infondo Eros dispettoso scagliava frecce a destra e manca per diletto. I sentimenti sono precari così com’è precaria la vita stessa con i suoi contenuti.
Mi domando perché ho scritto queste poesie o presunte tali, almeno nella forma o nello stile ricordano vagamente quelle poesie lette e rilette sui libri di scuola, sulle panchine in un parco, in riva al mare. Non c’è una ragione, non c’è un perché. Non ho scelto io la forma è stata la forma ad accompagnare i momenti di vita più intensi. Durante le notti insonni, cercando delle risposte che tanto non arrivavano. A chiedermi perché fosse così. È stato il pensiero a scegliere la forma, da parte mia ho soltanto lasciato che la mano seguisse il mio stato d’animo. Come macchie nere sul foglio. Macchie d’inchiostro. Il giorno dopo avrei anche potuto strapparle o gettarle via da qualche parte. Al nuovo giorno ogni dolore si dissipava e tutto ritornava come prima, forse, o forse no. Ma quando sei pieno di nero, quel nero da qualche parte deve pur uscire così da lasciarne traccia su fogli sparsi, appunti, pagine di libro, ecc. Infondo finito di scrivere stavo già meglio, come essersi liberati di un peso. Perché a pensarle certe cose è un peso che ti si mette sullo stomaco e non va giù. Così ho scritto la prima volta, così faccio quando non so darmi delle risposte. Ma infondo mi domando sempre se forse non avrei fatto meglio a non scriverle. O forse non le ho mai scritte. E sono solo quelle parole sottratte dalla mia memoria quelle che non voglio e non vorrò ricordare, quelle di cui posso dire finalmente d’essermene liberato. Qualcuno forse le raccoglierà e potrà riconoscersi, altri meno, altri affatto. Altri addirittura non li incontreremo mai. Ma sta proprio qui la bellezza del non trovarsi affatto come del non dire per non sentire. E allora quiete e silenzio, come di notte. Ci sono quei momenti, accadono poi quei momenti, ti ci senti poi in quei momenti che vorresti ma non potresti mai raccontare. Neanche al cervello. Sono intimi e sacri che la parola è poca cosa a confronto. Secondo me non le hanno ancora inventate certe parole, così la lingua italiana – per quanto ci si sforzi – è sterile al confronto. Non tutto può essere raccontato per paura di sminuirne il momento. Il momento è il momento e non può essere rivissuto né raccontato perché non sarebbe più lo stesso nella stessa misura. Non ci sono dei macchinari che determinano la grandezza o l’intensità dei momenti. Esistono i momenti perché ognuno possa soltanto viverli e non raccontarli. La vita stessa è materia inenarrabile. Fatta di piccoli o grandi momenti. Fatta di emozioni, sorrisi, sguardi, gioie o dolori. Si racconta solo ciò che è in superficie. Ciò che il cuore descrive non lo si può raccontare. Ci sono insomma quei momenti lì. Chi li vive ne è testimone ed è la vita stessa. Ci sono cose che dimentichiamo, altre che ricordiamo con più gioia e alcune che ci farebbe piacere cancellare. Altre che, per quante volte abbiamo raccontato, perdono di valore. A volte sta al silenzio la loro importanza. Anche se molti sostengono il contrario, ovvero che sta nel dire la vera grandezza. penso, al contrario, che il non dire fortifichi e renda più preziosi taluni momenti. Anche perché non ci sarebbero davvero parole adatte a descrivere e se pure ce ne fossero sarebbero prive di ogni sensazione. La parola può essere sterile e fredda, fin troppo a volte. Ma come si fa a raccontare perfettamente quello che ricordiamo se ogni volta ne scordiamo un pezzetto fino a scordarcene del tutto? Ci liberiamo dei ricordi parlandone a voce alta, affidandoli al vento oppure all’orecchio del prossimo che nel nostro dire ascolta la sua musica preferita o pensa ad altri luoghi e altro da quel momento. Domandiamo per esistere e non ascoltiamo allo stesso tempo. Questo ci concede la certezza del nostro vivere. Non per la risposta ma per la domanda. Fingendoci curiosi dovremmo tacere, tacere e non dire o non pensare. Anche il silenzio è musica nel suo descrivere. Alle volte non c’è armonia nelle parole. Sono messe lì, a casaccio. Sono lasciate al vento che le trascina e le disperde chissà dove. Forse alla scrittura ma neanche quella. Potrei leggere e stare col pensiero altrove. Chi se ne accorgerebbe se poi la mia mente viaggiasse connettendosi con altri pianeti. Ripensando a luoghi e persone e volti e vattelappesca. Insomma non c’è proprio modo di comunicare e d’essere ascoltati per cui vale la pena a volte tacere e ricordare. O vale la pena non dire e sognare. Affidare al sogno ciò che nella realtà sembra irrealizzabile. Per questo l’uomo sogna o, nel peggiore dei casi, descrivere ciò che ricorda.

Filippo Carrozzo

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