POETICA E NOVELLISTICA – 5

UN  DONO

 

“Uno, passo; due, carta, diciotto, passo; tre, carta, ventidue, sballo. Banco, carta, ventitre. Paga uno, paga due.” Il croupier si alza e viene subito sostituito. Il gioco prosegue.

Marco Marchi, avvisato da una lucetta sul suo posto di lavoro è stato convocato in direzione. Salendo una scalinata dà un’occhiata al suo mondo, la sala coi suoi tavoli da gioco, col bar al centro, le casse e le slot-machine, alcune delle quali anche a distanza trasmettono un continuo ‘tran tran’.

Il direttore del ‘Major Fortune’ si alza, lo mette a proprio agio con una cordiale stretta sulla spalla, lo fa sedere e chiama con un pulsante il suo braccio destro.

“Vitali” gli si rivolge subito, “non perdiamo tempo perché il tempo è…”

“Denaro” rispondono assieme Marchi e Vitali.

Questi mostra al dipendente un mazzo di 108 carte francesi e lentamente gliele sfoglia davanti. A un cenno del boss si interrompe e chiede:

“Marchi, se quattro suoi avversari hanno quindici con 40 €, diciannove con 60 €, quattordici con 10 € e venti con 30 €, lei che ha quindici che fa?”

Marchi pensa nell’attimo concessogli ‘ prendo 50 e perdo 90; se faccio non più di sei posso arrivare a guadagnare…’ :

“Carta!”

“Sballato!” fa Vitali scoprendo un sette. “Marchi, non ha notato che sono uscite molte carte piccole? Così il Casinò ha perso 100 € in più. E così non va.”

“Marchi” si intromette il boss, “sarà l’età avanzata ma lei ha perso il dono di saper tenere a mente le carte uscite.

E allora…”

“Licenziato?” e al cenno di assenso: “E che farò ora a 48 anni? Chi mi assumerà?”

I due superiori alzano entrambi le spalle e non dicono chiaramente:

“E a noi che ci frega? Problema suo.”

Marchi sa che è inutile insistere. Si alza senza salutare e si avvia con la testa vuota e triste verso la vita esterna dove saper ricordare le carte non serve proprio a nulla.

 

Alessandro Conte

 

 

UN  UGUAL  SENTIRE

 

Tesoro mio, stringimi forte al petto,

perché fra le tue braccia solamente

riesco a racquietare i miei desiri.

Non opporre pudore oppur rispetto

ad un voler che abbiamo entrambi in mente

come se paventassi brutti tiri.

Va assieme con l’amar l’essere amati

e abbandonarsi uniti e innamorati.

 

Alessandro Conte

 

 

LA  COLPA

 

Amelia mia,

come facevo a dirti che prima di conoscerti mi sono fatto vasectomizzare? Lo saprai solo quando tirerò le cuoia e allora un notaio ti convocherà per darti questa lettera.

Sì, ti ho sempre ingannata e facevo i rospi dentro quando ti dannavi per non riuscire a darmi un figlio.

Ma chi lo vuole? Io voglio solo trafiggerti l’anima e il resto almeno due volte al giorno sapendo come questi passatempi piacciano anche a te. Sesso sì, figli no: siamo già in tanti su questo mondo sempre più esausto e inquinato.

Perdonami, ti prego, se ti ho privata del piacere della maternità. Credi forse che non mi sia accorto che la tua smania di rendermi padre non è inferiore al tuo desiderio di diventare mamma?

Però, egoisticamente, la responsabilità dei figli non l’ho mai voluta e la loro mancanza proprio non l’avverto.

Forse ti sarai disamorata adesso ma l’amore che ti porto rendeva doveroso ti confessassi la mia colpa almeno post mortem.

Sentimi tuo anche dove sto adesso ma non al punto da impedirti di continuare a vivere e a goderti l’esistenza in ciò che più ti piace. Ci siamo capiti. Sei giovane e troverai sicuramente chi ti dia il figlio sospirato.

Così, forse, la mia colpa mi sarà perdonata. Va bene, amore bello bello?

Rinuccio.

 

Mio tesoro,

non ho mai avuto il coraggio di dirti la verità e vigliaccamente tiro a campare.

Ricordi quando decidemmo di sposarci? Ti promisi fedeltà e almeno un figlio maschio, com’è giusto che sia.

Per la prima promessa stai tranquillo: da quando mi sono messa per la prima volta fra le tue braccia a tutt’oggi non è esistito per me nessun altro uomo e non vedo motivo per farmi cambiare condotta in avvenire.

Ti ho confessato che precedentemente avevo avuto un paio di fidanzati.

Ciò che in effetti avrei dovuto dire è che un paio di quelli fra i tanti che ho avuto mi hanno messa incinta. Con l’aiuto dei miei mi sono sbarazzata dell’impiccio e, visto che ero di gravidanza facile, la seconda volta mi hanno fatto chiudere le tube.

Con l’esuberanza sessuale che ho sempre manifestato e che tu con tanta assiduità sai soddisfare così bene, mio adorato Rinuccio, è stato meglio così.

Infatti non ho mai recriminato su quella decisione: i bambini li considero insopportabilmente fastidiosi e l’idea di smostrarmi, d’impedirmi tutto quello che mi piace per metterne al mondo non mi ha mai allettato.

Come vedi la seconda promessa ho sempre saputo di non poterla mantenere.

Se te lo dicessi adesso avresti ogni ragione per chiedere l’annullamento del matrimonio e io non mi sento così scema da rischiare questo. Quindi, ecco perchè lascio questa lettera presso il mio esecutore testamentario e, in caso ti premuoia, è giusto tu sappia che se non hai il tuo erede è colpa mia. Mi dispiace.

No, non è vero: egoisticamente non mi dispiace affatto.

Ti amo? Che te lo dico a fare? Da sciupauomini sempre affamata e insoddisfatta mi hai reso la donna più monogama che esiste.

Stai sicuro che il mio ultimo pensiero è stato per te.

Addio Rino, Rino, Rino mio.

Tua anche dove sto adesso

Amelia.

 

Alessandro Conte

 

(Ringrazio chi legge e gradisce. Vi do appuntamento a mercoledì prossimo, 25 aprile, con altre storie)

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