The Game

La testa gli doleva come se gli avessero conficcato degli aghi roventi nei punti nevralgici delle suture ossee.
Si alzò a sedere e l’operazione, in sé semplice, parve costargli una fatica immensa.
Non rammentava di essersi mai sentito tanto stanco in tutta la sua vita. Non rammentava, a dire il vero, di aver mai provato una sensazione di tale disagio. Non poter contare sulla sua solita efficienza fisica era un’esperienza che avrebbe gradito non sperimentare.
Poggiò i piedi a terra, e fu costretto a reggersi al bordo del comodino per impedirsi di rovinare sul pavimento.
Si voltò verso il lato opposto del grande letto matrimoniale sfatto.
Martha giaceva immobile, a pancia sotto, con i capelli arruffati che ricoprivano per intero il cuscino sul quale era adagiata.
Buffe creature le donne, pensò, si accontentano di credere a tante sciocchezze pur di aggrapparsi all’idea stessa dell’amore.
Tra poco sarebbe sorto il sole, doveva svegliarla e mandarla via con una scusa. Alle dieci e mezzo cominciavano le riprese, ed aveva ancora molte cose da preparare, una sbornia da smaltire, ed un aspetto gradevole da riconquistare.
Si trascinò in bagno e quando accese la luce la violenza del neon gli fece lacrimare gli occhi.
“Cristo”, imprecò.
Aprì il rubinetto della doccia e si infilò sotto il getto d’acqua fredda senza insaponarsi, rimase immobile finché i lunghi capelli neri non si appesantirono impedendogli di muoversi. Jason, il suo fac totum, insisteva che fosse proprio giunta l’ora di tagliarli, che fosse in fine arrivato il momento giusto per un cambio radicale d’immagine.
Forse aveva ragione.
Forse era davvero il caso di dare un taglio radicale a molte cose.
Uscì gocciolante dalla doccia e prese un asciugamano dal bastone d’ottone vicino al lavandino, attorcigliandoselo in vita.
“Buon giorno”, sussurrò alla sua immagine riflessa nello specchio illuminato.
Gli scavi neri sotto le palpebre inferiori erano testimonianza della notte brava appena trascorsa, un po’ di correttore e qualche riflettore puntato nel verso giusto avrebbero posto riparo all’inconveniente.
Tornò in camera da letto. Martha non aveva neppure cambiato posizione, anche lei portava sulla pelle i segni della notte appena trascorsa.
Sorrise.
S’incamminò verso la cucina e vide una pozza traslucida che lambiva appena lo stipite della porta. Doveva aver versato qualcosa la notte precedente, forse del JD. Avvicinandosi notò che la macchia era di dimensioni ragguardevoli e di consistenza appiccicosa.
Si chinò, dolorante ed intorpidito, e sfiorò la superficie con la punta delle dita.
Rosso.
Gelatinoso.
Animato da un pungente odore di ferro.
Sangue.
Accese la luce della cucina e si trovò dinanzi ad uno spettacolo che difficilmente avrebbe dimenticato: schizzi di plasma ricoprivano quasi interamente le pareti bianche, impronte di piedi scalzi avevano tracciato sul pavimento lunghi solchi. Qualcuno doveva essere stato trascinato, ferito, ucciso là dentro.
Quando?
Sul tavolo era abbandonato un grosso coltello per affettare il pane. Non poté fare a meno di avvicinarsi e prenderlo in mano. Sulla lama erano rimasti piccoli brandelli rosa, grumi rossi, ed alcuni capelli biondi.
Restò immobile con l’arma stretta nella mano, gli occhi sbarrati ed un singolare senso d’euforia.
Avanzò verso il lavabo, rammentava di aver usato il tritarifiuti poco prima di andare a letto…
Guardò nel bacinetto di acciaio e quello che vi trovò non lo sorprese più di tanto: un dito ammiccava lascivo dal foro dello scarico. Un dito la cui falange terminava con un’unghia laccata di rosso e fresca di manicure.
Il coltello gli cadde di mano.
Cosa era successo?
Possibile che…
Era confuso, stanco. Forse era meglio lasciare tutto così com’era ed andare sul set. Quando fosse rincasato l’indomani avrebbe sicuramente trovato una spiegazione logica a ciò che stava vedendo. Certo una spiegazione, una spiegazione esiste sempre, si ripeteva. E se non gliene fosse venuta in mente nessuna, allora avrebbe chiamato Jason: lui avrebbe saputo senz’altro cosa fare.
Martha.
Dovette sedersi sul divano del soggiorno.
Come avrebbe fatto ad occultare tutto in modo che lei non si accorgesse di nulla?
Bel problema.
Non era necessario che la facesse entrare in cucina, si sarebbe messa ad urlare ed era l’ultima cosa di cui aveva bisogno, attirare l’attenzione di quei bacchettoni dei vicini che non avevano mai accettato la sua presenza in quel rispettabile condominio .
L’avrebbe elegantemente messa alla porta, senza troppe spiegazioni e senza ulteriori coinvolgimenti. Poi avrebbe ripulito sommariamente la cucina ed avrebbe lasciato le chiavi dell’appartamento a Miss Wingle, che, da brava colf professionista, avrebbe riassettato tutto senza fare domande, anche perché non avrebbe proprio saputo cosa risponderle.
Entrò in camera da letto con passo pesante:
“Martha”, chiamò con voce sostenuta, i capelli ancora bagnati stavano gocciolando sul lenzuolo sotto di lui.
“Svegliati, devi andare, su…”.
Con un rapido gesto scostò il copriletto ed urlò.
Tutto ciò che restava della comparsa di nome Martha Right era una graziosa testolina riccia reclinata su un cuscino, ed una lunga gamba abbronzata con le dita dei piedi laccate di arancione.
(Che pessimo gusto), pensò mentre l’urlo si spazzava in una fragorosa risata.
Si lasciò cadere sulla sponda del letto, il volto sprofondato fra le mani, uno stordimento che si avvicinava quasi ad un’estasi mistica, e la profonda consapevolezza che il mondo aveva smesso di girare nella solita direzione.
Lo squillo del telefono gli strappò un grido che trattenne a stento contro il dorso della mano. Si voltò istintivamente nella direzione della donna, o meglio di ciò che ne restava. Per un assurdo interminabile attimo credette che quel rumore l’avrebbe fatta sussultare, ma osservando i resti mortali della ragazza non poté fare a meno di sorridere di quel timore…Strano, non riusciva a far altro dall’inizio di quella psichedelica avventura.
Rispose.
“Pronto?”, la voce era calma, incrinata da un’appena percettibile vena di isteria.
“David Johansen?”.
“Sì”.
“Come va bastardo?”.
La voce dall’altro capo del filo era maschile e del tutto aliena ad ogni suo ricordo, ma non fu difficile intuire che il proprietario di quella voce anonima conoscesse, Dio solo sapeva come, quello che era appena accaduto. All’improvviso David si sentì sollevato: finalmente lo avrebbe saputo anche lui.
“Ho visto giorni migliori, e suppongo che lo sappia anche tu”.
Dall’altro capo del filo risuonò una risata sottile ed acuta, quasi femminea.
“Giusto, bastardo. Lo so benissimo”.
Silenzio.
“Scommetto che nessuna aveva mai perso la testa così per te…”.
Altre risa.
David inarcò le sopracciglia ed imprecò fra i denti.
“Come sei entrato in casa mia?”.
“E chi ti dice che lo abbia fatto?”.
“C’è un festino a base di sangue nella mia cucina, una testa mozzata nel mio letto…”.
“E un dito nel tuo tritarifiuti”.
“Già, l’ho notato”, calmo, si ripeteva mentalmente, stai calmo, non farlo innervosire, tenta di venire a capo di tutta questa faccenda, potrebbe non esserci un secondo ciak per questa scena.
“Cosa vuoi da me?”.
“Credevo che fosse palese, bastardo, voglio cancellarti dalla faccia della terra”.
(Cristo).
“Perché?”.
“Perché sei un miserevole guitto, un attore da quattro soldi che interpreta eroi neri solo perché ha la stazza per farlo. Sei finto come un biglietto da tre dollari e prima o poi se ne accorgeranno anche quei cretini che vanno a vedere i tuoi film al cinema. Il mostro, il serial killer perfetto…fammi vedere come sei bravo a salvarti il culo adesso”.
Era scioccato.
Per diversi minuti non riuscì a far altro che guardarsi intorno alla disperata ricerca di un appiglio, di una risposta sagace ed intelligente che avrebbe messo lo psicotico dall’altro capo del filo in scacco, ma tutto ciò che fu capace di emettere fu un misero singulto che fortunatamente risultò silenzioso.
“Sei ancora lì?…Dico a te, bamboccio, sei ancora lì?”.
L’urlo perentorio dello sconosciuto lo fece ripiombare a terra con la violenza di un sacco di sabbia.
“Sì, ci sono. Hai tutta la mia attenzione”.
“Bravo”.
“Perché l’hai uccisa?.”, pausa, “l’hai uccisa tu, vero?”.
“Certo che l’ho fatto io, tu non saresti in grado neppure di firmare gli autografi se non avessi sempre qualcuno pronto a sorreggerti”.
“Si può sapere cosa cazzo vuoi da me?”.
La comunicazione venne interrotta improvvisamente e si ritrovò a fissare attonito il ricevitore, divenuto sinistramente silenzioso.
Il panico finalmente fece il suo dovere e lo ridusse in schiavitù. Si immaginò piccolo e bianco come una di quelle cavie da laboratorio, che corrono all’infinito dentro un cerchio di plexiglas, mentre qualche scienziato occhialuto osserva la scena con un cronometro in mano, calcolando quanto tempo impiega il cuore di quell’esserino peloso ad esplodere se sottoposto ad eccessivo sforzo. Il suo quanto avrebbe impiegato a giungere al traguardo? Improvvisamente fu assalito da un’incontrollabile voglia di bere. Frugò fra le bottiglie che teneva sparse all’interno dell’elegante mobile bar che gli aveva regalato il suo agente quattro anni prima, ne estrasse una a caso e tirò giù una possente e bruciante sorsata di vodka.
Non servì a far sparire il dito dal tritarifiuti, né, tanto meno, a cancellare le tracce di sangue che avevano ridipinto metà della casa.
Il telefono trillò di nuovo.
Corse.
Inciampò sul bordo di legno del letto. Il dolore lo trafisse improvviso e crudele, strappandogli un paio di lacrime dagli occhi arrossati ed un brandello di pelle dallo stinco destro.
“Pronto?”, trafelato.
“Spero tu sia maggiormente propenso al dialogo ora”.
“Sì, lo sono”.
“Ci avrei scommesso. Ho tre cose da dirti bamboccio, apri bene le orecchie perché non ho alcuna intenzione di ripetermi”.
“Ti ascolto”.
“Primo: le domande le faccio solo io, e se mi va fornisco anche le relative risposte. Non voglio essere interrotto dalle tue insensate suppliche o da qualunque fetida esalazione effluvi dalle tue labbra”.
Si astenne dal replicare.
“Secondo: il resto della ragazza non è affatto andato distrutto. E’ in casa tua nascosto e, a dire il vero, neanche troppo bene. Sai, ieri sera avevo una certa premura di…abbandonare il luogo del delitto”, altre risate. David cominciò a temere che avrebbe udito l’eco di quei versi ogni attimo della sua vita, sempre ammesso che ne avesse ancora una da vivere.
“Terzo: hai esattamente due ore di tempo per rimettere insieme il puzzle e disfarti del cadavere, se sarai riuscito a ricomporlo. Allo scadere del centoventesimo minuto ti avvertirò con uno squillo del telefono, sarà il segnale che ho chiamato la polizia per avvertirla di rumori sospetti che provengono dall’abitazione del famoso attore di cult horror movie David Johansen. Con tutti i precedenti per rissa ed ubriachezza molesta che hai sulle spalle, non tarderanno a precipitarsi da te, e se non sarai riuscito a sbarazzarti della salma….bhe…temo che la tua carriera di divo subirà un tragico arresto. Ti saluto buffone”.
“Aspetta”, quasi gridò.
Silenzio, solo il ronzio della linea. Temette che l’uomo avesse nuovamente interrotto la conversazione.
“Ti ascolto ma fa in fretta”.
“Dimmi solo cosa devo esattamente trovare…ti prego, questo me lo devi. Non potrei mai riuscirci altrimenti”.
Pausa. Lui stava, evidentemente, riflettendo sul da farsi.
“Va bene, questo posso accordartelo…dunque…in tutto ci sono cinque tronconi che devono essere ritrovati più, ovviamente, le interiora. La ragazza aveva un intestino quanto mai in disordine, era vittima di un’alimentazione estremamente sregolata. Sarebbe diventata obesa in pochi anni se avesse continuato a mangiare così, meglio aver evitato che ciò accadesse. Hai due ore, bamboccio, buona caccia, il gioco comincia ora”.
Il sibilo metallico della linea interrotta si unì con il crepitio elettrico del corto circuito dei suoi neuroni.
Riagganciò.
Si voltò un’ultima volta in direzione della testa mozzata, e non trovò consolazione nell’espressione assonnata dipinta su quel volto. Per la prima voltò notò che anche i capelli biondi, sparsi in ricci scomposti sul cuscino, erano venati in più punti da screziati toni di arancio, che in fili sottili come seta di ragno, scendevano dal collo reciso. La pelle aveva subito diverse lacerazioni, ed i brandelli tumefatti, quasi anneriti dal sangue che si era rappreso nei capillari cutanei, protrudevano dall’attaccatura come sottili tentacoli.
Si sorprese dell’innumerevole mole di particolari, per lo più inutili, che la mente umana è in grado di captare quando è sollecitata e fortemente sovraeccitata.
Dubitava che alcuno dei pensieri che lo stavano distraendo in quel frangente gli sarebbe risultato di una qualunque utilità. Il tempo correva via inesorabile…tic…toc…tic…toc…
Balzò in piedi e si precipitò in cucina. Certamente la mattanza doveva aver avuto luogo lì, rimaneva solo da accertare come l’estraneo si fosse introdotto in casa e sua e per quale burla del destino lui non si fosse accorto assolutamente di nulla. Probabilmente l’uomo lo aveva drogato, ma perché?
Ora non aveva alcuna importanza, ci sarebbe stato modo e luogo di appurare la meccanica dell’accaduto, adesso doveva solo riuscire ad uscire integro ed innocente da quella paranoica versione de Ai confini della realtà.
Sorrise, una parte di lui non aveva nessuna remora nell’ammettere che non si divertiva così da anni.
Cinque parti anatomiche.
Una gamba.
Due braccia, di cui una priva della rispettiva mano.
Il tronco….
Ne mancava uno.
Ma…
Era meglio iniziare la caccia.
Cominciò a canticchiare un vecchio pezzo dei Rolling Stones. Non li amava particolarmente, ma quel ritornello gli affiorò alle labbra arse in maniera autonoma, scevro da ogni controllo.
“…if you start me up…”.
Ispezionò la cucina millimetro per millimetro ripetendo a bassa voce sempre il medesimo ritornello.
Nulla, a parte i cinque litri di sangue versati in ogni dove.
Il frigo.
Era immacolato.
Lo spalancò e…bingo…prego passi a ritirare il premio alla cassa . Preferisce un orso di pezza o un papero di gomma?
“Mi accontento anche di questo, grandissimo figlio di…”.
Trasse il braccio mutilato della rispettiva mano senza batter ciglio. Era stato gettato in fretta sopra un paio di contenitori termici per gli avanzi che, a quanto rammentava, dovevano contenere delle lasagne precotte. Osservò la sottile traccia traslucida di brina che si era formata lungo la pelle abbronzata. L’intero avambraccio era costellato di piccole ecchimosi a forma di stella, sicuramente traumi inferti alla parte dopo che era stata amputata.
Tornò in camera da letto e gettò il braccio accanto alla testa, che rotolò sinistramente in direzione della parte di sè che era stata così irrispettosamente lanciata.
“Non temere,cara”, mormorò, “fra poco ti porterò anche il resto”.
Entrò in salotto.
Sembrava tutto perfettamente in ordine. La tv era in stand by, lo stereo spento, il tavolino ingombro delle solite cartacce …Si avvicinò al piccolo tavolo a bacheca, si accucciò fino a sfiorare la superficie liscia e fredda del cristallo con la guancia ispida della barba di due giorni. C’era qualcosa che attirava la sua attenzione, o meglio i suoi sensi acuiti dalla tensione avevano captato un dettaglio che i suoi occhi faticavano a scorgere. Restò così per un tempo che parve infinito…tic…toc.
“Andiamo….concentrati”.
Riflesso sul poco spazio sgombro del tavolo d’appoggio, riusciva ad intravedere una forma arcana, quasi un archetipo che somigliava a…
Si alzò e salì sulla spalliera del divano rischiando di rovinare precipitosamente sul pavimento di marmo nero.
Adagiata sul lampadario, con lasciva voluttà, faceva bella mostra di sé l’altra gamba di Martha, con il medesimo smalto arancione ad imbrattarle le dita del piede.
Non fu facile disincastrare l’arto irrigidito dal rigor mortis dal braccio d’ottone del lampadario, che oppose una ferrea resistenza costringendolo ad afferrarlo con entrambe le mani strattonandolo ripetutamente, fino a quando non ebbe la meglio piombando sul suo fondoschiena che produsse uno rumore spiacevolmente simile a quello di cocci infranti, quando urtò con violenza il tavolino mandandolo in frantumi.
Si tirò su infarcendo lo sforzo fisico di una certa dose di inutili ed artificiosi improperi. Fece ritorno in camera da letto e buttò la gamba nelle immediate vicinanze degli altri resti.
“Se tutto procede bene, tesoro, fra poco ti porto a fare un giro in macchina. Vedrai ci divertiremo”.
Scoprì che parlare con Martha era rilassante.
O.k., due pezzi anatomici erano stati ritrovati…ed ora?
Il tronco.
Era senza ombra di dubbio la parte più difficile da occultare. Le dimensioni non avrebbero consentito a lui ( il pazzo era diventato semplicemente lui nella sua testa. Credeva che spersonalizzandolo sarebbe stato più semplice non farsi prendere dal panico e continuare solamente a giocare) di lasciarlo in giro con altrettanta semplicità. Ripercorse interamente, passo dopo passo, l’intero appartamento: il bagno, la camera da letto, il salotto, la cucina, la sala del telefono (come amabilmente aveva ribattezzato il disimpegno che si trovava fra le prime due stanze del corridoio, per la banale ragione che generalmente era tramite quel telefono che interloquiva con il suo agente. Scaramanzie da divo). La stanza degli ospiti era ancora chiusa a chiave e, quando vi entrò, fu assalito dall’odore pungente del lucido per mobili che la sua domestica usava profusamente nella vana speranza che prima o poi quella stanza venisse occupata. David, negli ultimi tempi, era diventato l’equivalente di un eremita misogino e misantropo, sulla cui scala personale di valori da uno a dieci, il suo interesse per il genere umano si arrestava attorno alla valore uno. Di qualche amico aveva pur bisogno. Tornò al punto di partenza, seduto accanto al corpo in via di ricomposizione che giaceva, come una bambola di pezza scucita, sul letto matrimoniale con impresse le tracce di differenti liquidi corporei che risultava difficile distinguere. Non aveva giardino e questo, almeno, restringeva le ipotesi.
Non aveva solario. L’appartamento si trovava al terzo piano di un’elegante palazzina abitata, per lo più, da anziani in pensione, che avevano visto l’arrivo della star degli horror di serie b nel loro delizioso e tranquillo condominio come una manciata di sabbia negli occhi. Ma aveva una cantina. O meglio un box di media grandezza dove aveva trasferito metà dei suoi effetti personali e scenici.
Corse verso il corridoio, dove un enorme porta di legno scuro si spalancava su un lungo andito alle cui pareti erano saldamente infissi due bastoni d’ottone dai quali pendevano vestiti, soprabiti e cappotti. Un guardaroba degno di un gentleman inglese, attrezzato per ogni esigenza e ricorrenza. L’ultima custodia, in fondo a destra, celava un costosissimo completo di raso nero. Sotto alla giacca avvitata era ben riposta e perfettamente stirata una camicia di seta bianca con ampi polsini di pizzo. L’abito con il quale sarebbe stato sepolto. Cercò nella cassettiera che era posta a destra dell’entrata, e nell’ultimo cassetto trovò un mazzo di chiavi tenute insieme da un laccio di cuoio. Erano all’incirca una quindicina ed appartenevano alle serrature di tutte le porte d’ingresso delle case che aveva cambiato negli ultimi sedici anni. Bella media di fughe precipitose, rifletté divertito. Pescò quella più lucida e pulita che recava impresso il numero 6 in rosso scarlatto. Uscì dall’appartamento, stando ben attento a non suscitare l’interesse dei vicini, e sgattaiolò fino al semi interrato. Infilò la chiave nella toppa con il cuore che aveva preso all’improvviso a battergli con rinnovato vigore ed inaspettato tumulto. Sentiva il pulsare ritmico del sangue gonfiargli ad intermittenza la vena sulla tempia destra ed uno sciame di insetti ronzanti pareva danzare una macumba africana alla sommità del suo esofago. Era eccitato, come non gli capitava da tempo.
L’odore di muffa vecchia e di nuova polvere lo fece starnutire. Trovò a tentoni l’interruttore della luce sulla sinistra della parete e qualcosa di leggero ed agile gli sfiorò le dita della mano facendogliele ritrarre alla svelta. Non era la prima volta che scendeva in quello scantinato, e non era la prima volta che la vista dei suoi costumi di scena e delle parrucche gli provocava un’impercettibile, ma persistente, senso d’irritazione alla base del collo. Passò accanto ad un paio di bauli accatastati, ingombri di vecchie sceneggiature accettate e rifiutate, urtò un manichino sul quale erano ammonticchiati almeno tre diversi mantelli da vampiro, ed in fine scorse ciò che cercava.
Stavolta lui era stato non solo sadicamente macabro, ma drammaticamente divertente. Il tronco della povera Martha, con indosso un delicato completo intimo rosa, era comodamente assiso su una vecchia poltrona di pelle, cimelio del primo film che Johansen aveva girato all’incirca vent’anni prima, uno splatter che aveva per protagonista uno psicanalista cannibale. Una versione analoga, ma meglio interpretata, aveva valso ad uno scialbo inglese di nome Anthony Hopkins la statuetta d’oro. L’enorme foro irregolare che coincideva al tavolato degli addominali, faceva vedere con chiarezza i muscoli della fascia renale e gli ultimi corpi vertebrali del tratto dorsale. L’assassino doveva aver avuto veramente un mucchio di tempo per poter compiere un’eviscerazione degna di un cuoco cinese. L’assenza del capo e degli arti rendevano la visione sensualmente oscena.
Bene.
Ora era necessario portarla di sopra.
Diede una fugace occhiata all’orologio: quasi le undici del mattino. Fra poco più di un’ora la sua caccia al tesoro si sarebbe forzatamente conclusa ed anche la sua vita, probabilmente.
Prese una cesta di vimini vuota che giaceva abbandonata in un angolo. Vi spinse dentro il tronco della ragazza e coprì il tutto con uno dei mantelli che aveva urtato poco prima. Uscì dal box chiudendosi la porta alle spalle. Si voltò con la cesta stretta fra le braccia ed una voce lo fece sobbalzare:
“Facciamo pulizie mr.Johansen?”.
Era la megera del piano di sopra, consorte di un vecchio medico in pensione che per tutta la sua miserrima vita si era occupato di scaldare ed inserire clisteri, forse per questo aveva finito con lo sposare una donna il cui fondoschiena era difficilmente distinguibile dalla faccia.
“Già”, replicò vago.
“Senta, forse non dovrei metterla in guardia, ma credo che alla prossima riunione i condomini vogliano chiederle di abbandonare lo stabile, sa…questo è un complesso residenziale in maggioranza abitato da gente…comune…ecco… e quel continuo va e vieni di donne …bhe…”.
(Se sapessi come le donne perdono la testa per me, vecchia baldracca, esiteresti dal pronunciarti oltre).
David prese a risalire agilmente le scale senza neppure replicare, e la signora Moore, così si appellava la ciarliera vegliarda, continuò a sbraitare le sue proteste con il tono di voce che diveniva man a mano più stridulo e starnazzante.
Solo nell’appartamento vuoto si rese conto del tanfo che aleggiava nell’ambiente. La donna era morta, probabilmente, lottando ed il quantitativo di adrenalina liberata, mista alle catecolamine endogene, aveva esacerbato l’odore della sua carne, che ora iniziava a virare verso quel caratteristico e pungente sentore acido e dolciastro che chiunque abbia soggiornato, anche per un breve periodo, in una sala settoria riesce difficilmente a rimuovere dalla memoria delle sue terminazioni olfattive.
Vuotò il contenuto della cesta sul letto. L’immagine che si compose davanti ai suoi occhi era troppo irragionevole e distorta per sembrare solo vagamente reale, ma il tanfo, e lo strano colore verde arancio che impregnava gli slip della ragazza dove plasma e bile avevano creato uno cocktail inconsueto, conferivano alla visione un che di soprannaturale.
I visceri.
Se lui fosse stato di origine egizia, David avrebbe iniziato a fracassare tutti i vasi dell’appartamento, ma dubitava che la fortuna, Dio o chi per loro, lo avrebbe assistito in un tale frangente.
Visceri.
Frattaglie.
Interiora.
Tic…toc…
Meno sessanta minuti all’ora x.
Mancavano all’appello 12 metri di intestino ed un braccio, poi restava da rassettare la cucina e far sparire le tracce di sangue che praticamente si annidavano in ogni angolo.
Interiora.
Una volta, durante le riprese di un noir di dubbio gusto, ma di grosso ritorno economico, aveva dovuto soggiornare per circa una settimana in uno squallido alberghetto sperso e dimenticato nella campagna inglese. Non rammentava neppure il nome del punto nero sulla carta geografica che avrebbe in teoria dovuto essere una città, e che al loro arrivo aveva svelato tutto l’antico fascino di un cimitero abbandonato anche dagli spettri. Nella prima sera di permanenza in quel tugurio la proprietaria, nonché unica cuoca dello stabile, aveva preparato una sorta di spezzatino immerso in una salsa piccante e speziata, la cosa peggiore che avesse mai avuto la disgrazia di ingurgitare. Quando aveva chiesto cosa fosse, si era sentito replicare che si trattava di un’antica ricetta locale a base, essenzialmente, di frattaglie di pecora. Imparò una lezione fondamentale quella sera: non domandare mai troppo, si può sempre correre il rischio di trovare la soluzione ai propri quesiti. L’ignoranza, a volte, è un gran rifugio.
Ma cosa diavolo aveva a che fare quello stupido albergo con…
Si precipitò in cucina notando che la pozza di sangue che rivestiva più o meno uniformemente il linoleum un tempo verde, aveva perso la fluidità assumendo una consistenza gelatinosa ed appiccicaticcia. Aprì il forno ed esultando trasse da esso una pirofila trasparente, che non rammentava neppure di possedere, dove erano stati pazientemente arrotolati gli intestini di Martha. Per ovviare all’odore di fluidi e solidi organici, che senza ombra di dubbio si annidavano al suo interno, lui aveva innaffiato la pietanza con abbondante aceto, tanto che, da un esame approssimativo, non si sarebbe potuto discernere se si trattasse o meno di residui di natura umana.
Accese il forno, tolse la griglia forata di protezione e rovesciò il contenuto della pentola sulle fiamme blu. Chiuse prima che un refolo d’aria potesse fiaccare lo sfavillio del fuoco.
Il braccio.
Meno quaranta minuti all’ora x.
Improvvisamente si rese conto che non ce l’avrebbe mai fatta. Avvertiva una spiacevole sensazione di tensione al centro della testa ed un rumore sordo, come una vibrazione lontana, gli solleticava entrambi i timpani. Probabilmente stava per restare stroncato da un ictus. Pazienza. Sempre meglio della galera.
Il completo per la sepoltura era pronto e ben riposto nel guardaroba, al resto avrebbe pensato Jason…
Il guardaroba.
Entrò. Gettò tutti gli abiti sul pavimento. Vuotò le scatole che contenevano scarpe e stivali e scaraventò giù dal soppalco i bauli e le valige, nulla. Possibile che…Prese il telo che copriva il suo ricercatissimo completo funebre, quello che migliaia di fotografi avrebbero immortalato quando sarebbe stato esposto, giovane e bellissimo suicida, in uno splendido sarcofago di cristallo. Il rumore della cerniera lampo lo assordò, ma eccolo lì far capolino, come un serpente, dal collo slacciato della camicia di candida seta ora macchiata di sangue rappreso.
La mano ammiccava con un esplicito gesto di sfida che lui aveva ricavato incastrando il primo e le ultime due falangi contro il ferro della stampella, e poggiando il medio ritto contro il gancio della medesima.
“Figlio di puttana”, imprecò David.
Venti minuti.
Tic…Toc…
Il puzzle era stato ricomposto. Ogni tessera del mosaico aveva trovato al fine giusta collocazione, restava un unico piccolo, irrisorio problema: come sbarazzarsi del corpo e cancellare le tracce che lo avrebbero reso apertamente reo dinnanzi ai piccoli uomini in divisa blu che fra poco avrebbero fatto irruzione nell’appartamento?
“Pensa, maledizione”, si obbligò.
E come un rosa che sboccia fra la neve, così un’idea balzana germogliò fra i suoi pensieri sconnessi.
Prese un sacco di tela da sotto il lavabo della cucina, ne aveva una scorta imbarazzante, la sua colf li usava per portar fuori l’immondizia e scherzando aveva fatto soventemente allusione al fatto che fossero talmente capienti da contenere un cadavere. La donna non aveva idea di quanto avesse avuto dannatamente ragione.
Infilò i pezzi anatomici di Martha nel sacco, lo annodò saldamente con un pezzo di corda e si mise il tutto in spalla.
Scese rapidamente le scale. Il tempo a sua disposizione era praticamente quasi scaduto, non poteva permettersi il lusso di guardarsi furtivamente alle spalle. Giunse trafelato, gli anni cominciavano a farsi sentire, al parcheggio interno dello stabile. Aprì, non senza difficoltà, il cofano della sua auto e vi scaraventò il pacco natalizio dentro. Chiuse, si guardò finalmente intorno per accertarsi di non essere stato visto da nessuno, e, quando ne fu quasi matematicamente certo, fece precipitosamente ritorno in casa. Entrò nel bagno e prese un flacone di alcool etilico che teneva nella cassetta del pronto soccorso, versandolo interamente sulla coperta intrisa del sangue di Martha. Si recò nel salotto vuoto e silenzioso, ora inondato di sole caldo e denso di odori estivi, prese dal mobile bar la bottiglia di vodka, ed alcuni altri liquori, e cominciò a versare in giro per le stanze il loro contenuto, riservando il quantitativo maggiore per la cucina. Pescò l’accendino dalla tasca posteriore dei pantaloni (quando se li era infilati? Non lo rammentava. Doveva averlo fatto in un momento imprecisato di quella folle corsa), lo accese ed avvicinò la fiammella alla scia di liquido alcolico che faceva capolino dalla soglia della cucina. Come nel trailer del Corvo il fuoco si propagò seguendo la scia che egli stesso aveva tracciato, solo che invece delle ali di un uccello, vide apparire il miraggio della fine di un incubo.
Compì il giro completo dell’appartamento e quando fu certo che ogni stanza avesse preso a bruciare afferrò il cellulare e corse sul pianerottolo.
Compose il numero della polizia.
Una voce stanca e professionale, dalla sessualità indefinita, gli rispose:
“Qui distretto di polizia, posso esserle d’aiuto?”.
“Mi trovo al 110 di Prospect Place, la mia casa sta andando a fuoco”, disse gridando, “credo sia doloso…vi prego mandate qualcuno immediatamente”.
“Esca subito ed attenda fuori, i pompieri giungeranno in breve”.
“Vi prego sbrigatevi!”.
“Non si preoccupi, faremo il prima possibile, ma lei mantenga la calma e non si avvicini alle fiamme”.
Chiuse la comunicazione e, fischiettando, scese le tre rampe di scale che lo separavano dalla strada sottostante. Una volta giunto di fronte al portone d’entrata si appoggiò con le spalle ad un furgone addetto al trasporto di mobili, si accese una sigaretta, inalò profondamente, e ricominciò a canticchiare quella vecchia e noiosa canzone degli Stones.
I pompieri giunsero in modo realmente tempestivo. L’incendio si dimostrò più ostico del previsto. L’appartamento era interamento arredato in legno, l’abbondante tappezzeria aveva alimentato generosamente le fiamme rendendo l’intervento più complicato di quanto si potesse in origine prevedere, gli comunicò il capo dei vigili del fuoco, quasi a giustificare il fatto che l’intera dimora fosse andata irrimediabilmente distrutta nel rogo. Il rossore che gli animava le guance quando gli chiese l’autografo lo fece rabbrividire.
Due ore dopo era tutto finito.
Gli uomini in tuta arancione se ne erano andati. I poliziotti, dopo aver fatto i rilevamenti del caso, non erano stati in grado di affermare con certezza che l’incendio fosse di origine dolosa, ma era un’ipotesi che non poteva essere scartata in prima istanza. Sarebbe stata una pista da battere.
“Vede”, gli aveva sussurrato l’agente Scanner, “lei è una persona famosa”, aveva enfatizzato quella parola come se si fosse trattato di una formula magica, “è naturale che possa diventare il bersaglio di qualche esaltato a cui piacciono troppo i suoi film”.
Rimasto solo montò in macchina ed appoggiò la testa contro le mani intrecciate sul volante, attento a non far suonare il clacson.
Improvvisamente la portiera dal lato del passeggero si aprì e Jason Collins, manager, amico e fac totum del grande attore David Johansen, fece il suo ingresso sorridendo.
“Non male David. Questa volta hai trovato veramente un’ottima soluzione”.
David lo guardò perplesso, poi scoppiò in una fragorosa risata. Gli mollò una sonora pacca sulla spalla e disse:
“Con cosa diavolo mi hai narcotizzato? Ho la testa sul punto di esplodere”.
“Cloruro di etilene, una variante del comune cloroformio”.
“E lei?”.
“Ho reso innocua anche la ragazza, con una dose più massiccia. L’ho strangolata e poi ho proceduto con la dissezione”.
“E’ meno divertente quando sono già morte”, lo apostrofò l’attore.
“Lo so, cosa credi. Ma abitavi in un condominio, non potevo permetterle di fare troppo baccano o la polizia l’avrebbero chiamata sul serio i tuoi vicini. Quando abitavi in quella sperduta villa nei pressi della brughiera non avevamo problemi del genere, quelle galline potevano urlare fino a perdere la voce”.
“E non solo quella”, aggiunse David. Risero entrambi. “Credo che la prossima casa sarà in un luogo più isolato”, continuò, “altrimenti dovremo smetterla di giocare”.
“Non te ne devi preoccupare, domani stesso prenderò contatto con la solita agenzia immobiliare e vedrò di accontentarti”.
“D’accordo”.
“Cosa vuoi farne ora di lei?”, aggiunse Jason additando con il pollice il retro dell’auto.
“Stanotte la porteremo a casa di Friedriksen”.
“Il regista?”.
“Proprio lui. Tu nasconderai i pezzi di …”.
“Martha”.
“Sì, di Martha, nel suo giardino, ed io lo avvertirò che ha due ore di tempo per trovarli, ricomporli e disfarsene prima che la polizia sia avvertita degli strani rumori che provengono dalla sua villa”.
“Vuoi portare anche lui nel gioco?”.
“No, voglio solo che l’arrestino”.
“Perché?”.
“E’ un pessimo regista. Tutti i film che mi ha fatto interpretare erano dei colossali fiaschi, è ora che la smetta di nuocere al cinema”.

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