UNA COPPIA… QUALSIASI – 2

EZIO  E  ROMINA   4 . Gli ascensori

 

“Romy” corse Ezio, euforico, a riferire l’agognato avvenimento, “me l’hanno data, me l’hanno data.”

La compagna Romina lo accolse col ciglio sollevato:

“Chi sarebbero queste che te l’hanno data?”

“Ma no, che vai a pensare? La rappresentanza. Me l’hanno data. Quegli indiani a cui ho risposto per l’annuncio su Internet. Sarà che parlo bene l’inglese, ma ce l’ho fatta. Ora sono un rappresentante.”

Romina aveva messo a riposo il sopracciglio ma atteggiato il labbro a ridere:

“Sai la conquista! Ci vanno i ragazzi a bussare alle porte, oggi, non chi è anziano.”

“Anziano?”  Ezio aveva perso ogni baldanza e guadagnato un acceso risentimento.

“Dai, tesoro, mica ho detto vecchio. Bisogna accettare l’età che avanza. Tu non puoi certo fare quello che fanno i ragazzi.”

“Tipo bussare alle porte come un testimone di Geova qualsiasi? È questo credi facciano i rappresentanti?”

“Beh, sì. O no?”

“No, no! Tu confondi i rappresentanti coi commessi viaggiatori.

Io, cara mia, avrò un ufficio e si farà la fila per comprare un mio ascensore. Andranno alle stelle vedrai.”

“Lo sai che una decina di anni fa si parlava di un ascensore che andava nello spazio, a un decimo della distanza dalla Luna.”

“Davvero? Ma quella è fantascienza.”

“No no, è scienza. Stanno lavorando a materiali super-resistenti per attuare questa idea. Ma non guardarmi con gli occhi a palla. Mica l’ho inventato io.”

“Non lo so. Tu col tuo cervellino pieno di trovate non smetti di stupirmi. Occhei. Torniamo con i piedi su questa madre Terra?”

“Sì, Ezio Tesoro, dimmi tutto sui tuoi ascensori e sugli indiani. Chi ti ha affidato l’incarico? Nuvola Nera? Geronimo? Invece di firmarlo il contratto lo avete fumato nei calumet?”

“Dai, piantala. India, dove si fanno cose avveniristiche fra mucche che cagano dappertutto e bimbi attaccati alle tette, non Far West. I miei ascensori andranno come il pane: sono fantastici, stupendi, meravigliosi…”

“Spaziali? Scusa, continua.”

“Sì.

Io, Romina, sarò un libero professionista invidiato, vedrai e le nostre cose miglioreranno, andranno su…”

“Come gli ascensori?”

Ezio aveva la vaga impressione che la sua adorata compagna lo stesse prendendo per il… Ma le volgarità esulavano dal pensiero del nostro.

“Sì, Romy. Io non sarò al livello di un piazzista.

Cambieremo vita in meglio e, tieni presente che non tutti quelli come noi della classe media, i mediocri insomma, sanno organizzarsi e inventarsi continuamente un nuovo stile di vita. In questo bisogna rifarsi alle esperienze che hanno arricchito la vita precedente.”

“Ezio mio, sono stupita. Non hai mai fatti un discorso così lungo. No, mi correggo. Volevo dire un discorso assennato così lungo.”

Ezio non disse altro fino a quando a cena chiese a Romina di passargli l’olio. Aveva avuto la netta sensazione che quella lo stesse davvero prendendo per il…

 

Fernanda Di Marte

 

 

 

EZIO  E  ROMINA   5 . Il mugugno

 

Il musetto grazioso di Romina era lungo. Grazioso, pensava Ezio, era troppo. Ma il fatto, che riusciva a notare anche lui, di solito incurante dei dettagli, era che la sua compagna ostentava il broncio.

“Oho” la scosse ponendole decisamente un gomito nel fianco, “che t’ho fatto questa volta? Da un po’ ti ingrugni di nuovo non appena ti passa l’ingrugno precedente. E, lo sappiamo bene, da ingrugnata non mi permetti di avvicinarmi a più di un metro. Ti spieghi una buona volta e mi consenti di chiederti scusa?”

“No.”

“Come no? Dimmi che t’ho fatto” e tornò a ficcarle il gomito nel fianco.

“Tu sei fatto così, che ci vuoi fare?”

Ezio era in palla, tentato dal mandarla a fare e dal venire a capo del mistero.

No, non poteva lasciargliela passare:

“Non ti lascio in pace finchè non mi dici il motivo di questi scontenti.

Sai che sfacchino dalla mattina alla sera… Sfacchinavo, non stiamo a sottilizzare. Romy, da quando ho perso il lavoro so di stare sulle tue spalle per tutto. Però non è stata colpa mia e tu lo sai. Me ne dai la colpa?” Ezio captò il suo diniego dallo scuotimento della testa. “E allora dillo che è solo una questione economica e vedrò di risolvere. Guarda, a costo di andare a raccogliere i cartoni per la strada…”

“Lo faresti?”

“Ma certo che no. Dicevo per dire. Io sono un libero professionista.”

“Troppo libero.”

Ezio volle ridere pensando fosse un modo per sbrinare il gelo di cui si era ammantata la compagna:

“Eh già. Troppo libero. Che ne dici se approfittiamo di questa libertà? Tante mogli si lamentano che il marito pensa solo al lavoro.”

“Io non ho avuto mai troppe occasioni di lamentarmi di questo” sancì lei sempre più immusonita.

“Mi tieni il muso per questo? Perché non so mantenere la famiglia?” Scuotimento di testa. “E dimmi che ti succede, porc… , por favor. Dai, sennò qua faccio succedere…” e sotto lo sguardo cupo di Romina “che non te lo domando più.” Niente. L’ingrugno, volendo, sembrava ancora più intenso.

Ezio ricorse allora alle armi pesanti:

“Io mugugno, tu mugugni, “e declinò il verbo fino alla terza persona plurale. “Tanto al gatto il lardo va… e più non mi ricordo. La vispa Teresa tenea fra l’erbetta, sai cosa? Una gentil farfalletta…” Alluse a quella velata oscenità come avrebbe fatto con un bambino e con gran sorrisi d’accompagnamento.

La guardò e notò che sul volto di Romina non si era smosso ciglio, né ruga aveva tremolato, niente. Provò ancora:

“Insomma, me lo dici perché mi hai messo il broncio?”

“No.”

Il muso rimase e ancora non se ne sa il motivo.

 

Fernanda Di Marte

 

 

 

EZIO  E  ROMINA   6 . Il figliolo

 

Beh, diciamolo. Anche Romina aveva un figlio di quattro anni. Certo si parla di tempo addietro quando questo era naturalmente possibile.

Lei si vergognava di ammetterlo con Ezio, conosciuto da poco. Forse non era vergogna ma paura di perderlo così, subito subito, non appena agganciato all’amo.

Però per Ezio, fresco di separazione legale e a stecchetto da molto, l’importante era aver trovato qualcosa di femminile che respirasse e in sembianze umane, ovviamente.

“Beh, Ezio, tesoro mio” si decise lei in un momento in cui l’intenerimento del dopo amplesso intontolisce anche i più bacchettoni dei benpensanti, “ti devo confessare che ho un figlio” e rimase quasi senza respiro nell’attesa della reazione probabile.

Ezio era tutt’altro che baciapile ma ateo da generazioni e badante solo al proprio interesse sessuale. Quella ci stava e magari era propensa a ripetere ancora l’esperienza? A lui ciò bastava.

Forse avrebbe dovuto ostentare più entusiasmo alla notizia dato che sapeva come le donne ci tenessero ai propri rampolli.

“Ah, sì?” riuscì a inventarsi. Ma si riprese subito e con animo deciso domandò:

“Quando me lo fai conoscere?”

Insomma lei era ascesa in Paradiso e il suo compagno si poteva bell’e considerare un sicuro convivente finchè morte non li avesse separati.

Piergiorgetto rispose bene al lungo e scrupoloso addestramento cui Romina lo aveva sottoposto su come comportarsi col patrigno. Aveva sorrisi a stampo per Ezio a ogni frase  quello pronunciasse e lo conquistò subito subito. Sembrava in questo più bravo e furbo della mamma.

E come si divertiva con lui…: “Ezio … Ezio … Ezio” ed Ezio appresso a farlo giocare, a badargli quando Romina si assentava, a ricambiare i soliti sorrisi anche se gli veniva male alla mascella.

Non c’era nulla a ostacolare quell’amicizia fra quel figliolo acquisito e il suo papà putativo. Ormai erano padre e figlio e ogni volta si incontrasse un estraneo era assoluto desiderio di Ezio far figurare Piergiorgetto come frutto dei propri lombi.

Romina fece lezioni supplementari al quattrenne per inculcargli quell’acquisita paternità a scanso di far figurare Ezio uno che si contenta dei rimasugli di un altro e lei una facile.

Stavano sul treno per Santa Severa quando capitò il fattaccio.

Vedendolo caruccio e saltellino qualche vicino di posto gli cominciò a fare domande e si accennò a Ezio come a papà.

“Lui non è papà” asserì Piergiorgio, “lui è Ezio” e per il piccolo questo voleva dire che era molto più di un padre, era un amico.

“Piergiorgio” intervenne Ezio piccato e scoperto così in pubblico in flagrante concubinato, “chi è tuo padre?”

Non poteva suggerire ‘Tu, tu, per favore, di’ solo tu’. Ma continuava a chiedere a quel piccolo pezzo di cacca ‘Chi è tuo, padre? Chi è tuo padre?’

Piergiorgio si stingeva nelle spallucce e infine se la cavò con un:

“E dillo tu.”

Ezio e Romina si chiusero in un silenzio che durò fino a Santa Severa.

 

Fernanda Di Marte

 

(Vi do appuntamento al prossimo martedì, 6 mar, con altre vicende)

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7 Commenti
  1. Lina Cuomo 1 mese fa

    Divertente a più non posso

  2. SergioBonetti1960 1 mese fa

    Troppo brava sei

  3. ZaraTremila 1 mese fa

    Due fenomenali individui

  4. GiuliaBianchi 1 mese fa

    Spassosi….e tu fenomenale

  5. EnzaMolonaro 1 mese fa

    Ahahhaha 🤣🤣🤣

  6. DolceMia 1 mese fa

    Una boccata d’aria di divertimento e genuinità

  7. Autore
    FernandaDiMarte 1 mese fa

    Grazie, grazie.

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